
Vincenzo Cordiano è un medico esperto di tumori, presidente di ISDE – Medici per l’ambiente sezione del Veneto. Fu il primo a notare un eccesso di mortalità in quella che poi sarebbe diventata la zona rossa dell’inquinamento di PFAS derivante dalla Miteni di Trissino. Cordiano, all’epoca, era il responsabile degli ambulatori di Ematologia Generale ed Oncoematologia a Valdagno e nei suoi confronti venne avviato un procedimento disciplinare da parte dell’allora Ulss 5. Il motivo? Aveva lanciato l’allarme di quella che si sarebbe rivelata la più grande contaminazione di PFAS che l’Europa abbia mai conosciuto. Oggi il vicentino è ancora una volta protagonista di una contaminazione di PFAS, nello specifico di PFBA, questa volta derivante dalla costruzione della Pedemontana Veneta e dal successivo stoccaggio in 28 siti della Provincia di oltre tre milioni di metri cubi di terre da scavo contaminate.
La Regione ha recentemente manifestato l’intenzione di avviare uno studio epidemiologico di tipo ecologico a Dueville e in altri comuni sprovvisti di acquedotto, dove la popolazione utilizza pozzi privati, dunque non monitorati. Abbiamo intervistato il dottor Cordiano per capire qual è il suo giudizio sull’evoluzione della vicenda e sulla pericolosità dei PFBA.

Dalla pericolosità dei PFBA allo studio epidemiologico a Dueville, il parere del dottor Vincenzo Cordiano
L’acido perfluorobutanoico, meglio conosciuto come PFBA, è sicuramente meno studiato rispetto ad altri tipi di PFAS; che cosa si sa riguardo alla pericolosità per la salute dell’uomo di questa molecola?
Il PFBA è tra le sostanze meno studiate, tuttavia è noto che sia persistente, praticamente indistruttibile, tende ad accumularsi anche negli esseri viventi, essendo una molecola a quattro atomi di carbonio, quindi è molto mobile nell’acqua e nei terreni. A differenza di quanto dichiarato da alcuni amministratori, sappiamo che si accumula negli organi, essendo a catena corta penetra infatti più facilmente in profondità, depositandosi e provocando patologie che si stanno analizzando. Altri studi stanno emergendo sempre più frequentemente e riguardano possibili danni al sistema nervoso del cervello, che altererebbero il neurosviluppo. L’alterazione della capacità di apprendimento nei neonati sembrerebbe infatti possa dipendere anche dalle concentrazioni di PFBA presenti nella madre durante la gravidanza. Tuttavia, dai dati in nostro possesso non è ancora possibile trarre alcuna correlazione causale certa.
Riguardo all’accumulo negli alimenti dei PFBA, quali studi esistono?
Il PFBA non è compreso nemmeno tra le quattro tipologie di PFAS che non devono superare certi limiti negli alimenti. Tende però ad accumularsi in particolare nelle verdure a foglia larga, tant’è che nel primo monitoraggio fatto dalla Regione sui cibi, era stato rinvenuto nell’insalata a Sarego, in quantità pari a 6.600 nanogrammi per chilogrammo. Il PFBA inoltre è il composto più frequentemente trovato nei vini della zona rossa della Miteni, nel 94% dei campioni.
La Regione Veneto ha escluso il bioaccumulo di PFBA, in realtà molti studi – come diceva lei – dimostrano effettivamente il contrario…
Esiste soltanto uno studio sulle autopsie, effettuato in Spagna nel 2013, poi ci sono altri studi fatti sempre su autopsie ma eseguite per altri motivi su diversi organi, dove ne sono stati trovati in quantità non trascurabili. Se facessero l’autopsia polmonare di una persona nel cui sangue non ne sono stati riscontrati, probabilmente ne troverebbero nei polmoni.

La Regione Veneto ha recentemente dimostrato l’intenzione di avviare uno studio epidemiologico di tipo ecologico nei comuni interessati dalla contaminazione da PFBA e sprovvisti di acquedotto, tra cui Dueville. Come giudica questa scelta?
Purtroppo non è stato chiarito se si tratti di uno studio retrospettivo o prospettivo. Nel primo caso si considererebbero i dati disponibili nel passato, è fondamentale in questo caso avere un dato di controllo, facendo ad esempio un confronto tra le persone che utilizzano pozzi privati e coloro che usufruiscono invece dell’acquedotto. Lo studio prospettico va invece ad analizzare gli anni successivi ad oggi, per verificare eventuali alterazioni dello stato di salute della popolazione. In questo caso, senza dosare la quantità di PFBA nel sangue, non si potrà dire se esso è effettivamente la causa o meno di un eventuale eccesso di patologie.
La Regione scrive che il PFBA non è cancerogeno, anche se nello studio epidemiologico verrà considerata anche l’incidenza di tumori. Quali considerazioni si possono fare a riguardo?
La verità è in realtà che non sappiamo con certezza se lo sia o meno, assenza di dati non significa assenza di cancerogenicità o di pericolo. Uno studio fatto negli Stati Uniti su una popolazione che non aveva esposizioni particolarmente alte rispetto al PFBA ha riscontrato comunque un eccesso di tumori ai polmoni, il timore è quello che possa provocare le stesse conseguenze degli altri PFAS. La cancerogenicità del PFBA, e probabilmente di tutti gli altri PFAS, è un problema tuttavia di minore rilevanza, anche se fa colpo sui cittadini. Molto più importante, sia per numero di persone colpite, sia perché interessa tutte le fasce di età, è l’interferenza endocrina, ovvero delle alterazioni della funzione delle ghiandole e della risposta immunitaria. Va ricordato che il normale funzionamento della ghiandola della tiroide durante la gravidanza è essenziale per il corretto sviluppo del cervello del feto.





































