
Vincenzo Cordiano, presidente ISDE Veneto, sostiene di aver accolto positivamente la decisione della Regione Veneto di bloccare la commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti.
Ma – al tempo stesso – il presidente della rappresentanza in Veneto dell’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente si chiede: “Perché si è dovuto attendere così tanto“?
Un quesito dettato dal fatto che ben 10 anni prima, nel 2016, ISDE Veneto aveva inviato una lettera al Consiglio regionale straordinario del Veneto, che era stato convocato per affrontare il problema.
“Dopo dieci anni – ha aggiunto -, il Veneto ha finalmente riconosciuto la necessità di impedire la commercializzazione degli alimenti contaminati. Ora la Regione dimostri di aver imparato la lezione e non costringa cittadini, associazioni e comunità scientifica ad attendere un altro decennio“.
Pfas negli alimenti, Cordiano: “Lo dicevamo 10 ani fa”
Così, sul sito Isde commenta Cordiano: “Già allora sottolineavamo che gli accertamenti disponibili indicavano il coinvolgimento della catena alimentare e la presenza di queste sostanze in campioni di pesce, carne e vegetali provenienti dalle aree inquinate.
La prima delle nostre richieste – ha aggiunto – era inequivocabile: un intervento legislativo urgente per proibire la produzione e la commercializzazione degli alimenti contaminati da PFAS, a tutela non soltanto dei cittadini veneti, ma anche dei consumatori delle altre regioni nelle quali quei prodotti avrebbero potuto essere distribuiti.
Quella lettera rimase senza una risposta concreta. Oggi, a oltre dieci anni di distanza, la Regione adotta finalmente il provvedimento che avevamo sollecitato. È una misura giusta e necessaria, ma arriva con un ritardo difficilmente giustificabile quando è in gioco la tutela della salute pubblica”.
La decisione della Regione Veneto
Il provvedimento della Regione Veneto di alcuni giorni fa riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino prodotti in otto aziende distribuite nelle zone ad alta e media intensità di contaminazione.
In queste aziende sono state adottate tempestive misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
È emerso giorni fa, quando l’ente ha diffuso le nuove evidenze sul monitoraggio della contaminazione da Pfas negli alimenti, pur se in forma “parziale“, essendo rimasti fuori dalla comunicazione regionale tutti i prodotti agricoli.
Lo studio è della Regione Veneto e dell’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss. È stato avviato sulla base delle risultanze emerse dal precedente piano condotto nel 2016-2017, “al fine di monitorare l’andamento dei livelli di contaminazione dei PFAS negli alimenti a distanza di quasi dieci anni”.
I dati incompleti e poco chiari sulle aziende
“In Veneto emerge una generale diminuzione del livello di Pfas negli alimenti di origine animale, con una riduzione del numero di aziende che presentano criticità e una diminuzione complessiva dei livelli di contaminazione riscontrati nei prodotti di origine animale”, ha sostenuto la Giunta regionale.
Nel suo intervento, il presidente Isde Veneto sostiene che non è sufficiente affermare che il 97% dei campioni è regolare: “La percentuale dei campioni conformi non deve diventare uno strumento per ridimensionare il problema. Il riscontro di alimenti oltre i limiti dimostra che il trasferimento dei PFAS dall’ambiente alla catena alimentare è reale e che, senza controlli sistematici, alcuni prodotti contaminati potrebbero raggiungere i consumatori.
Occorre inoltre conoscere i dati completi: quali aziende sono interessate, dove si trovano, quali concentrazioni sono state rilevate, quali molecole sono state cercate e con quali criteri sono stati scelti aziende e campioni.
La trasparenza è indispensabile per tutelare i cittadini, ma anche gli allevatori e i produttori che rispettano le norme. Diffondere informazioni aggregate non basta a ricostruire la distribuzione territoriale della contaminazione e a individuarne le cause.
Non va dimenticato – aggiunge Cordiano – che i risultati del monitoraggio alimentare effettuato nel 2016-2017 furono resi disponibili integralmente soltanto dopo una lunga battaglia per l’accesso agli atti, conclusasi con una sentenza del Tar del Veneto dell’aprile 2021. Un successivo studio pubblicato su Epidemiologia & Prevenzione descrisse una contaminazione alimentare diffusa nell’area rossa, sebbene concentrata maggiormente in determinate zone”.



































