Quando la Russia dei Gulag venne invitata a Venezia

Nel 1987 il Consiglio regionale del Veneto con giornalisti al seguito attraversò la cortina di ferro per un’operazione culturale anticipatrice di quella della Biennale di oggi: “Io c’ero”

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Russia Venezia
A sinistra il viceministro alla cultura dell’Unione Sovietica Yuri Kazenin, a destra il presidente del Consiglio regionale del Veneto Francesco Guidolin, al centro il giornalista Renzo Mazzaro

(articolo da VicenzaPiù Viva n. 308sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

«Quando sento parlare di cultura la mano mi corre al revolver», diceva Herman Goering, gerarca nazista, numero due di Hitler. In Italia avevamo il Minculpop, il Ministero della cultura popolare, dove la pensavano allo stesso modo. Il rapporto tra politica e cultura è sempre stato risolto con la censura e la sopraffazione nei sistemi autoritari, ma non possiamo nasconderci che anche nelle nostre democrazie è sopportata con malcelato fastidio la cultura: ha il difetto di non stare alle regole, l’arte è libertà di espressione e questo finisce sempre per disturbare il manovratore.
Ha un bel dire il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco che la mostra di Venezia «pratica la libertà non la propaganda, non è un tribunale ma un giardino di pace». Il suo appassionato discorso alla vigilia dell’inaugurazione ha chiuso solo provvisoriamente le polemiche su chi doveva esserci e chi no. Siamo dentro a un fluire storico di corsi e ricorsi, di opposti che riemergono sempre, inaspriti dai tempi di guerra in cui siamo retrocessi. La destra al governo che vuole mettere fine alla presunta egemonia culturale della sinistra sta scoprendo quello che la sinistra conosce da tempo, cioè che oltre agli intellettuali organici ci sono anche i dissidenti e magari, come nel caso di Buttafuoco, sono anche più bravi.
Nelle parole del presidente della Biennale correva l’orgoglio di un siciliano capitato a lavorare a Venezia, due terre che si somigliano per l’incrocio di popoli e di storia che hanno alle spalle. Buttafuoco ha respinto con sdegno le «ingerenze politiche nelle istituzioni culturali» che le ridurrebbero, ha detto senza fronzoli, «al rango di fureria». Per poi scandire: «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo. Chiudere a qualcuno rende più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale smettesse di selezionare opere ma passaporti, cesserebbe di essere il luogo dove il mondo si incontra».
Libertà, autonomia, audacia: questa la sua visione della cultura. Tanto più a Venezia, «città che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro, che accoglie le differenze, perfino i conflitti e li trasforma in convivenza. E questo ha fatto la Biennale da 130 anni».

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Grazie, Giovanni Coviello

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