Barbara Beltrame e ZES estesa al Nordest e nel Vicentino? Tra deregulation e sovranità nazionale

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ZES (Zone Economiche Semplificate)
ZES (Zone Economiche Semplificate)

Barbara Beltrame, Presidente di Confindustria Vicenza, è recentemente entrata nel dibattito relativo alle ZES (Zone Economiche Semplificate) proponendone l’estensione anche al Nordest e in particolare al territorio vicentino.

Barbara Beltrame e ZES al Nordest?

Per capire cosa è una ZES ci possiamo affidare al sito impresainungiorno.it: la Zona Economica Speciale (ZES) è una zona delimitata del territorio dello Stato italiano nella quale l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali da parte delle aziende già operative e di quelle che si insedieranno può beneficiare di speciali condizioni in termini economici, finanziari e amministrativi, come il riconoscimento del credito d’imposta per gli investimenti alle imprese che effettuano l’acquisizione di beni strumentali (macchinari, impianti e attrezzature) o di terreni e immobili strumentali agli investimenti, e infine la semplificazione amministrativa che implica, laddove previsto, una riduzione dei termini di istruttoria.

Barbara Beltrame, Presidente di Confindustria Vicenza, e ZES al Nordest
Barbara Beltrame, Presidente di Confindustria Vicenza, e ZES al Nordest

È evidente che per gli imprenditori del Nord Italia, alle prese con perdita di competitività, aumento dei costi dell’energia, crisi internazionali e l’atavica super-tassazione italiana, le “speciali condizioni in termini economici, finanziari e amministrativi” delle ZES (che permettono crediti di imposta fino al 60% e semplificazione delle procedure) sarebbero come l’oasi in mezzo a un deserto.

Le ZES sono state create per stimolare gli investimenti nel meridione e il loro fine è quello di ridurre il divario economico tra le diverse aree del Paese: proprio per questo hanno ottenuto finanziamento tramite i Fondi di Coesione Europei. A spegnere gli entusiasmi di Beltrame però ci ha pensato il Ministro Urso, rispondendo all’On. Casasco (FI) nel question time del 15 luglio scorso alla Camera, chiarendo l’impossibilità di estendere la ZES unica al resto d’Italia (proprio in virtù del fatto che, se così ampliato, lo strumento non servirebbe più al suo scopo principale), lasciando però alcuni spiragli per l’introduzione di strumenti alternativi.

Ma estendere le ZES anche al Nord sarebbe veramente un vantaggio per tutti, come sancisce Beltrame?

Un interessante articolo su Substack (Antonella Silipigni, “L’Italia non è in vendita. O forse si”; 19 giugno 2026) ci ha fatto venire qualche dubbio. In realtà pare che quanto sta avvenendo in Puglia non stia finanziando la crescita delle piccole-medie imprese locali, ma stia contribuendo piuttosto alla svendita di porzioni di territorio italiano a grandi entità economiche straniere – con soci israeliani,americani, arabi – costituite appositamente in quell’area come veicoli di investimento.

In cifre concrete, un investitore straniero che acquista una masseria nel Salento per 800.000 euro potrebbe accedere a un contributo pubblico fino a 480.000 euro per ristrutturarla e trasformarla in resort di lusso. I soldi dei fondi europei e dei contribuenti italiani servirebbero quindi a generare profitti che finirebbero per uscire dal territorio.

Tra i casi citati, colpisce quello di Coral 37, una piccola società con sede a Lecce, fondata da Orit Lev Marom (imprenditrice israeliana trasferitasi a Lecce nel 2023). Si occupava di compravendita di immobili di lusso e ristrutturazioni storiche. Sul sito della società veniva presentato uno dei progetti più ambiziosi di Orit: fondare la “Colonia Israeliana nel Salento”, una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane avrebbero potuto stabilirsi, coltivare il proprio cibo, sviluppare strutture educative e sanitarie condivise. A seguito di una inchiesta del Fatto Quotidiano, e nel totale silenzio mediatico nazionale e delle istituzioni locali, il progetto alla fine è  collassato.

Ma rischia di non restare un caso isolato se si pensa che una delle principali agenzie immobiliari del lusso, Engel & Völkers (tedesca), nel 2024 ha aperto sedi a Lecce e Nardò, nel cuore del Salento, e ha pubblicato sul proprio sito una guida dettagliata ai programmi “PIA” e “MiniPIA Turismo” (Programmi Integrati di Agevolazione) della Regione Puglia: guida pensata per i propri clienti, investitori stranieri che vogliono sapere come accedere al denaro pubblico italiano ed europeo dopo aver acquistato una proprietà.

Nel succitato articolo vengono poi portati alla luce altri casi, anche in altre regioni del meridione: Tavolara, in Sardegna (hotel a cinque stelle, trenta ville, campo da golf, porticciolo turistico, dentro un’Area Marina Protetta ); un mega-resort israeliano fermo solo per un vizio di forma a Ostuni; un secondo sito della stessa società bloccato a Costa Ripagnola; una “colonia israeliana” dichiarata apertamente sul sito di un’agenzia di Lecce; un’area marina protetta in Sardegna ceduta a un colosso brasiliano legato a BlackRock, contro il parere di Regione, Soprintendenza e Ministero della Cultura…

In definitiva, una serie cospicua di progetti finanzianti con Fondi europei di coesione – nati per il Sud Italia – usati per ristrutturare masserie destinate a diventare resort di lusso per non residenti. Gli eventuali ritorni in termini di crescita occupazionale  e imprenditoriale e i conseguenti ritorni per lo Stato italiano sarebbero, in questi casi, tutti da dimostrare.

Se nei casi citati la ZES ha dato il via senza troppi orpelli allo sfruttamento a fini turistici di aree o immobili anche di pregio, nel caso del Veneto e di Vicenza la questione si farebbe decisamente più preoccupante, perché potrebbe aprire la strada a un intaccamento profondo di alcuni degli asset specifici del territorio: partendo dal sistema delle Ville Venete (sfruttamento turistico), fino ad arrivare al sistema industriale locale, con le sue caratteristiche e specificità, che potrebbe finire in mani straniere grazie a masochistiche agevolazioni statali e regionali, e i cui riflessi sull’occupazione e lo sviluppo economico potrebbero essere deleteri.

L’ingresso di capitali stranieri nel sistema economico italiano è ormai da anni una costante, in molti settori industriali, ma l’impressione che si ha dai casi citati è che la eccessiva “deregulation” – condizione necessaria e auspicata da molti per lo stimolo degli investimenti – si possa trasformare in una vera e propria svendita del patrimonio economico nazionale. Le varie autonomie locali, esistenti o sognate, c’entrano poco: la questione è nazionale, di sistema. E un governo che fa della sovranità italiana una bandiera, dovrebbe stare molto attento a proclamarla “dal balcone” mentre lascia spalancata una porta sul retro dalla quale, a quanto pare, sta già entrando chiunque, senza controllo.