
La radicalizzazione promossa da Trump e dal mondo MAGA spinge una parte degli oppositori democratici verso candidati più a sinistra, da Mamdani a El-Sayed. Non sono fenomeni equivalenti, ma segnalano una polarizzazione politica che può raggiungere l’Europa e allontanare la ricerca del bene comune.
Polarizzazione politica: dagli Stati Uniti all’Europa
La radicalizzazione a destra degli Stati Uniti non è più una previsione. Donald Trump e il movimento MAGA hanno trasformato il Partito repubblicano, costruendo una politica fondata sull’identità, sulla contrapposizione e sulla delegittimazione degli avversari. Il rifiuto della sconfitta elettorale del 2020 e l’assalto al Campidoglio avevano già mostrato quanto fosse profonda la ferita inferta alla democrazia americana, sulla quale avevamo richiamato l’attenzione su ViPiu.it.
Di fronte a questa deriva, però, la risposta di una parte degli oppositori non sembra orientarsi verso la moderazione. La polarizzazione politica sta producendo una spinta contraria: alla radicalizzazione della destra corrisponde l’avanzata di candidati democratici più nettamente collocati a sinistra.
L’esempio più evidente è Zohran Mamdani, socialista democratico diventato sindaco di New York il 1° gennaio 2026. Nel suo discorso d’insediamento ha rivendicato apertamente questa identità politica e annunciato un uso più deciso dell’intervento pubblico contro disuguaglianze, crisi abitativa e potere delle grandi corporation. La sua elezione e le prime scelte della nuova amministrazione di New York indicano una rottura con il tradizionale centrismo democratico.
Un altro segnale è arrivato dal Michigan — non dalla Georgia, come avevo inizialmente ricordato — dove Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato. Sostenuto da Bernie Sanders, propone l’assistenza sanitaria universale, la riduzione dell’influenza del denaro sulla politica e un cambiamento profondo delle scelte economiche e internazionali statunitensi. La sua vittoria contro la candidata appoggiata dall’establishment ha evidenziato, secondo la ricostruzione dell’Associated Press, le divisioni ormai aperte nel Partito democratico.
Non si devono tuttavia mettere automaticamente sullo stesso piano i due fenomeni. Contestare un risultato elettorale e forzare i limiti delle istituzioni è diverso dal proporre, attraverso elezioni regolari, sanità pubblica, maggiore tassazione dei ricchi o nuove politiche sociali. La radicalità delle idee non coincide necessariamente con l’estremismo antidemocratico.
Resta però il problema del metodo. Quando ogni parte considera l’altra non un avversario con cui confrontarsi, ma un nemico da sconfiggere, il compromesso diventa tradimento e il dialogo appare debolezza. La politica smette allora di cercare soluzioni condivise e diventa una successione di rivincite.
I primi segnali americani potrebbero presto estendersi all’Europa, dove destra identitaria e sinistra radicale trovano terreno fertile nelle disuguaglianze, nelle paure e nella crisi dei partiti tradizionali. Il rischio è che anche il nostro continente importi una politica degli opposti incapace di riconoscere una comunità oltre le appartenenze.
Il bene comune non nasce dall’assenza di differenze, ma dalla capacità di trasformarle in confronto. Se invece alla radicalizzazione si risponde soltanto con una radicalizzazione di segno contrario, potremo forse stabilire chi ha vinto. Molto più difficilmente capiremo che cosa abbia guadagnato la società.





































