
Sugli studenti stranieri nelle classi, il Coordinamento dei docenti di Diritti umani propone una rilevazione nazionale delle competenze linguistiche e percorsi strutturati di italiano L2.
Il tema degli studenti stranieri nelle classi dovrebbe essere affrontato misurando i bisogni linguistici effettivi e non utilizzando la cittadinanza come indicatore automatico. È la posizione del Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina Diritti umani, intervenuto nel confronto sulla composizione delle classi e sulla circolare ministeriale 205 del 1990.
Il documento si inserisce nel dibattito nazionale già alimentato dalla proposta di un tetto del 30 per cento agli studenti stranieri e dalle reazioni politiche e associative dei giorni scorsi.
Studenti stranieri nelle classi e competenze di italiano
Il Coordinamento ricorda che la circolare del 1990 indicava, ove possibile, di evitare la presenza nella stessa classe di più di cinque alunni appartenenti al medesimo gruppo linguistico. Quel criterio, sostiene il presidente Romano Pesavento, rispondeva a esigenze linguistiche e organizzative specifiche e non coincideva con un limite generale basato sulla cittadinanza.
Oggi, osserva il documento, nella scuola italiana convivono situazioni molto diverse: studenti appena arrivati, ragazzi presenti da anni e alunni con cittadinanza straniera nati e interamente scolarizzati in Italia. Per questo cittadinanza, recente immigrazione e conoscenza insufficiente dell’italiano non possono essere considerate condizioni equivalenti.
La proposta è istituire un sistema nazionale omogeneo per rilevare le competenze linguistiche degli studenti di recente ingresso, collegandolo a percorsi strutturati di italiano L2 e a verifiche successive. In questo modo il sostegno verrebbe destinato al bisogno educativo concreto e una difficoltà iniziale non diventerebbe una classificazione permanente.
Il Coordinamento chiede inoltre di considerare le differenze territoriali. Una soglia uniforme può infatti produrre conseguenze diverse in un’area metropolitana con molti istituti e in un piccolo Comune dove denatalità e riduzione degli iscritti limitano le possibilità di redistribuzione.
L’efficacia delle politiche scolastiche, conclude Pesavento, dovrebbe essere valutata sulla progressiva riduzione del numero di studenti privi degli strumenti linguistici necessari per partecipare autonomamente all’apprendimento. L’obiettivo indicato è passare dalla logica della presenza numerica a quella del bisogno educativo verificabile.
































