Studenti stranieri a scuola, Amsi contesta il tetto del 30% e chiede più sostegno linguistico

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Studenti stranieri a scuola insieme ai compagni in aula

Sul tetto del 30% agli studenti stranieri a scuola, Amsi e la rete Uniti per Unire chiedono di distinguere la cittadinanza dalle reali difficoltà linguistiche e di investire in italiano, mediatori e sostegno alle famiglie.

Il confronto sugli studenti stranieri a scuola si concentra sulla soglia del 30% annunciata dal Governo per gli alunni che non conoscono adeguatamente l’italiano. La rete composta da Amsi, Co-mai e Uniti per Unire contesta l’applicazione di un limite rigido e chiede che il criterio sia effettivamente linguistico, non basato sulla sola cittadinanza. Sul quadro nazionale delle politiche scolastiche resta il riferimento del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

I dati diffusi dalle associazioni indicano circa 931 mila studenti senza cittadinanza italiana, pari all’11,6% della popolazione scolastica. Il 65,2%, oltre 607 mila ragazzi, sarebbe però nato in Italia. Secondo la rete, questa distinzione è decisiva: non possedere la cittadinanza, essere nato all’estero e avere una conoscenza insufficiente dell’italiano non sono condizioni equivalenti.

La presenza non è uniforme sul territorio. Circa il 65% degli alunni senza cittadinanza italiana frequenta scuole del Nord e il 26% si trova in Lombardia. La possibilità di distribuire gli studenti tra istituti vicini cambia quindi molto tra grandi città, piccoli Comuni e aree nelle quali le alternative sono limitate.

Il tema si inserisce in un avvio dell’anno già segnato da mobilitazioni su trasporti e costi, come il recente flash mob degli studenti in Veneto.

Studenti stranieri a scuola: il nodo delle competenze linguistiche

Secondo l’elaborazione proposta da Amsi e dalle associazioni collegate, le classi statali oltre la soglia del 30% sarebbero il 7,6% se si conteggiano tutti gli alunni privi di cittadinanza italiana. Considerando soltanto quelli nati all’estero, la quota scenderebbe allo 0,6%. Nella scuola primaria il confronto sarebbe tra il 12,4% e lo 0,6%, nella secondaria di primo grado tra il 7% e lo 0,2%, nelle superiori tra il 3,5% e lo 0,8%.

Foad Aodi e Nadir Aodi sostengono che le difficoltà linguistiche vadano affrontate con valutazioni individuali all’ingresso, corsi intensivi di italiano L2, verifiche periodiche e mediatori linguistico-culturali. Chiedono anche percorsi di lingua italiana per i genitori che ne abbiano bisogno, così da migliorare il rapporto tra famiglie e scuola.

La redistribuzione degli studenti, aggiungono, dovrebbe tenere conto di distanze, trasporti, costi, orari di lavoro dei genitori e presenza di fratelli nello stesso istituto. Le deroghe previste nei territori senza alternative dovrebbero quindi essere applicate con flessibilità.

La posizione delle associazioni non nega la necessità di sostenere chi arriva senza conoscere l’italiano, ma chiede strumenti misurabili e temporanei. La competenza linguistica, concludono, deve servire ad accelerare l’inclusione nella classe e non trasformarsi in un’etichetta permanente.