
(Adnkronos) – Il mondo va nella direzione sbagliata, ma la propria vita, tutto sommato, procede bene. È il paradosso che emerge dal FII PRIORITY Compass 2026, la quinta edizione della grande indagine internazionale realizzata dal Future Investment Initiative Institute con Ipsos. Soltanto il 34% degli intervistati ritiene che il mondo stia andando nella direzione giusta, il 46% pensa altrettanto del proprio Paese, mentre ben il 75% continua a esprimere fiducia nell’andamento della propria esistenza. Un pianeta nel quale il futuro collettivo appare incerto, ma quello individuale conserva una sorprendente capacità di resistenza.
La ricerca, condotta tra il 24 aprile e il 5 giugno 2026 su 61.200 adulti in 32 Paesi, fotografa un mondo che chiede soprattutto sicurezza economica, servizi pubblici accessibili e tecnologie capaci di migliorare la vita senza sottrarsi al controllo umano.
Una delle fratture più significative riguarda la percezione del futuro tra Nord e Sud globale. Nei 19 Paesi classificati come Global South, il 47% ritiene che il mondo stia andando nella direzione giusta. Nei 13 Paesi del Global North la percentuale precipita al 15%.
La distanza si ripete nelle aspettative economiche: il 49% degli intervistati nel Sud globale è ottimista sull’economia mondiale, contro appena il 19% nel Nord. Non significa che le condizioni materiali siano migliori nei Paesi emergenti, ma suggerisce una diversa relazione con il progresso. Dove redditi e opportunità sono cresciuti, il futuro appare ancora come una promessa; dove il benessere è consolidato, prevale la paura di perderlo.
Anche la fiducia nella mobilità sociale segue questa geografia: il 75% nel Sud globale ritiene che lavorare duramente permetta di migliorare la propria posizione nella società, contro il 60% nel Nord. A livello mondiale la percentuale raggiunge il 69%, sei punti in più rispetto al 2025.
Per il quinto anno consecutivo, il costo della vita rimane la principale preoccupazione mondiale: lo indica il 56% degli intervistati, sei punti percentuali in più rispetto al 2025. Le spese energetiche pesano in modo particolare, citate dal 34% del campione.
Quando viene chiesto che cosa conti maggiormente per il benessere personale, ai primi posti compaiono la salute e l’accesso alle cure (44%) e la sicurezza del lavoro e del reddito (43%). Più della metà degli intervistati indica inoltre nel costo della vita e nell’indebitamento ostacoli alla possibilità di avere il numero di figli desiderato.
La prosperità, insomma, non viene associata soltanto all’aumento del reddito, ma alla possibilità di proteggersi dagli imprevisti. Una domanda di stabilità che attraversa economie avanzate ed emergenti.
Il rapporto restituisce una popolazione mondiale tutt’altro che ostile alle nuove tecnologie. Il 57% degli intervistati si dice disposto a pagare per acquisire competenze nell’intelligenza artificiale. Ma l’apertura all’innovazione non coincide con la disponibilità a delegarle qualsiasi responsabilità.
L’80% respinge l’idea che l’AI possa prendere la decisione finale in ambiti delicati come assunzioni, giustizia e sanità. Ancora più ampio, l’85%, è il consenso verso una regolamentazione internazionale.
L’atteggiamento verso la robotica conferma questa ambivalenza: il 65% ritiene che entro dieci anni i robot saranno una presenza normale nella vita quotidiana e il 61% sarebbe a proprio agio nell’affidare loro le faccende domestiche. L’accettazione diminuisce quando si tratta di delegare attività di cura.
La tecnologia è dunque benvenuta quando libera tempo e riduce la fatica. Suscita più resistenze quando sostituisce relazioni e responsabilità umane.
Meno della metà degli intervistati si dichiara soddisfatta dell’assistenza sanitaria disponibile nel proprio Paese, mentre il 63% sarebbe favorevole a pagare tasse più elevate per garantire cure accessibili a tutti.
Anche l’università attraversa una crisi di percezione: il 65% ritiene che, per la maggior parte delle persone, frequentarla non valga più il costo sostenuto. Il 69% chiede ai governi di dare maggiore priorità alla formazione professionale, anche alla luce dei cambiamenti introdotti dall’AI nel mercato del lavoro.
Il problema non è soltanto quali professioni verranno automatizzate, ma come preparare lavoratori e studenti a un’economia nella quale le competenze richieste cambiano più rapidamente dei tradizionali percorsi educativi.
È proprio sul rapporto tra istruzione, opportunità e mobilità sociale che i risultati italiani assumono particolare rilievo.
Soltanto il 46% degli intervistati ritiene che il sistema educativo offra ai bambini provenienti da famiglie a basso reddito una reale possibilità di migliorare la propria posizione sociale. La media globale è del 60%: quattordici punti di differenza.
Per oltre metà degli italiani, dunque, la scuola non rappresenta più, o non rappresenta abbastanza, quello strumento di emancipazione sul quale si è costruita una parte importante della promessa democratica del secondo dopoguerra. A indebolirsi non è necessariamente la fiducia nell’insegnamento, ma nella sua capacità di compensare gli svantaggi di partenza.
Più articolato il giudizio sull’università. In Italia il 53% ritiene che, per la maggior parte delle persone, frequentarla non valga più il costo sostenuto. È una maggioranza, ma ben inferiore alla media globale del 65%: il terzo valore più basso tra i 32 Paesi esaminati.
Un risultato per certi versi controintuitivo: gli italiani credono poco nella capacità della scuola di favorire la mobilità sociale, ma sono relativamente meno scettici di altri sul valore economico dell’istruzione universitaria.
Un’altra risposta contribuisce a chiarire il quadro. Soltanto il 47% degli italiani concorda con l’affermazione secondo cui, per trovare un buon lavoro, il titolo di studio conta più delle competenze effettive. È il secondo valore più basso a livello mondiale.
Si può quindi continuare a considerare utile una laurea senza attribuire ai titoli di studio un valore automaticamente superiore alle capacità concretamente dimostrabili. E si può credere nell’istruzione senza essere convinti che il sistema offra a tutti le stesse opportunità.
Per le università, ma anche per le imprese, è un segnale da non sottovalutare: la credibilità della formazione passa sempre più dalla capacità di produrre competenze riconoscibili e opportunità professionali, non soltanto certificazioni.
Se la scuola fatica a convincere gli italiani della propria capacità di ridurre le disuguaglianze, il sistema dell’informazione affronta una crisi di fiducia ancora più evidente.
L’Italia registra livelli inferiori alla media globale in tutte le forme di media considerate. La televisione nazionale è ritenuta affidabile dal 43% degli intervistati, contro il 62% nel mondo: uno scarto di 19 punti. Per le notizie online la fiducia scende al 37%, contro il 52% globale.
Il dato più impressionante riguarda però la percezione dell’indipendenza editoriale: l’82% degli italiani ritiene che i media tradizionali siano politicamente orientati.
Non significa, naturalmente, che l’82% dei media sia effettivamente schierato: il sondaggio misura la percezione dei cittadini. Ma è proprio questa percezione a rappresentare un problema per un settore la cui autorevolezza dipende dalla credibilità.
La diffidenza, del resto, investe tanto i mezzi tradizionali quanto le piattaforme digitali, suggerendo una crisi più generale nel rapporto tra cittadini e informazione.
La crisi dei media tradizionali non si traduce automaticamente in una fiducia generalizzata nei nuovi protagonisti dell’informazione digitale.
Il 48% degli italiani ritiene che i creatori di contenuti online riescano a cogliere le preoccupazioni delle persone comuni. Una valutazione che riguarda soprattutto la capacità di rappresentare bisogni e sensibilità del pubblico, non necessariamente l’accuratezza delle informazioni.
Gli influencer possono dunque essere percepiti come più vicini all’esperienza quotidiana delle persone, anche quando la fiducia complessiva nelle notizie online rimane bassa.
È una delle trasformazioni più profonde dell’ecosistema informativo: l’autorevolezza professionale e la capacità di stabilire un rapporto diretto con il pubblico non coincidono più necessariamente.
La diffidenza verso l’ecosistema digitale si accompagna a una forte domanda di protezione dei più giovani.
Il 58% degli italiani è favorevole a vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, mentre il 37% preferirebbe consentire l’apertura di account soltanto con il consenso dei genitori.
La posizione italiana si inserisce in una tendenza più ampia: nei Paesi del Nord globale, il 74% ritiene che le aziende tecnologiche non facciano abbastanza per proteggere gli utenti più giovani. Nel Sud globale la percentuale scende al 45%.
Un’altra manifestazione della diversa percezione della tecnologia: per una parte del mondo l’innovazione digitale continua a rappresentare soprattutto un’opportunità, per un’altra è diventata anche un sistema di rischi da contenere.
Letti insieme, i risultati globali e quelli italiani raccontano qualcosa che va oltre le singole preoccupazioni.
Nel mondo, le persone continuano a credere nelle proprie possibilità individuali, ma faticano a riconoscersi nella direzione intrapresa dalle società e dalle istituzioni. Chiedono stabilità economica, cure accessibili, formazione utile e tecnologie governate da regole.
In Italia, questa distanza assume soprattutto i contorni di una crisi di fiducia nelle istituzioni chiamate a garantire opportunità e informazione. La scuola dovrebbe ridurre gli svantaggi di partenza, ma meno di un italiano su due crede che ci riesca. I titoli di studio dovrebbero aprire opportunità professionali, ma il loro valore viene messo in discussione. I media dovrebbero informare in modo credibile, eppure sono percepiti in larghissima maggioranza come politicamente orientati.
Non è necessariamente un rifiuto delle istituzioni. È, piuttosto, una richiesta che tornino a dimostrare concretamente la propria utilità e indipendenza.
Il paradosso fotografato dal FII PRIORITY Compass 2026 è tutto qui: le persone continuano a credere nella possibilità di migliorare la propria vita. Sono molto meno sicure che il mondo sappia aiutarle a farlo._____________________
Il FII PRIORITY Compass 2026 è stato realizzato con Ipsos attraverso interviste online a 61.200 adulti in 32 Paesi, tra il 24 aprile e il 5 giugno 2026. Il campione italiano comprende 2.500 intervistati. Le percentuali descrivono opinioni e percezioni degli intervistati.
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