Basi Usa a Vicenza, Ambrosi (MIR): “Sarebbe un’opportunità di sviluppo, non il contrario”

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Lavoratori basi USA Caserme Ederle (nell'immagine) e Del Din a Vicenza Rucco
Lavoratori basi USA Caserme Ederle (nell'immagine) e Del Din a Vicenza

Se gli Usa abbandonassero le basi militari di Vicenza, per la città sarebbe una opportunità di sviluppo. E non il contrario. Ad affermarlo è Francesco Ambrosi, vicepresidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione, che a Vicenza ha una sua sede.

“Anzi – è la precisazione – da sempre, nei territori soggetti a servitù militari lo sviluppo viene inibito. Avremmo meno cemento e maggiori opportunità. Basta analizzare quello che è successo nel Friuli Venezia Giulia dove dalla fine degli Anni Ottanta, a seguito degli accordi internazionali del 1985-1988 fra Ronald Reagan e il leader sovietico Michail Gorbaciov, sono state chiuse parecchie basi militari italiane con la perdita di migliaia di posti di lavoro di civili che lavoravano nelle servitù militari. Con le leggi di tutela dei dipendenti e altri progetti, in pochissimi anni il Friuli ha aumentato le opportunità di lavoro”, afferma Ambrosi.

Una posizione chiaramente in controtendenza rispetto a chi, invece, si dice convinto che una eventuale dismissione della presenza statunitense a Vicenza comporterebbe ricadute negative sull’economia della città. Da queste pagine – lo ricordiamo – ci eravamo incaricati di sollevare la questione, pur se in un quadro più asettico e incentrando la riflessione più che altro sul fatto che, data per assimilata questa prospettiva, al momento non è stato affrontato il problema in termini di “Piano B”. Ovvero: “Che cosa fare degli spazi liberati, e per conto di chi“?

Tornando invece a quanto sostenuto dal Mir, viene sottolineato un aspetto: “L’Italia versa ogni anno al Pentagono oltre 600-700 milioni di euro per la condivisione delle spese di mantenimento delle basi militari Usa. Se facciamo quattro conti il costo del lavoro per i dipendenti italiani, circa 800 milioni di euro a Vicenza con molti contratti par-time, delle basi Usa in Italia, li paghiamo noi con le tasse”.

Costi ai quali – secondo il MIR – bisogna sommare le risorse economiche messe in campo per “facilitare il trasporto fra le basi militari di sostanze pericolose e munizionamento”, in riferimento alla realizzazione di opere per aree che comunque restano interdette alla cittadinanza.

Analizzando la situazione storica di Vicenza, il movimento parla di “una base per la guerra nucleare” in merito alla Caserma Ederle che ospita il 173° reggimento d’attacco Airborne: “Una prospettiva politica secondo la quale il governo del mondo e delle sue risorse e la scellerata corsa agli armamenti, in nome di un’ambigua deterrenza, è stato affidato non alla politica e alla diplomazia, ma alla guerra”.

E ancora: il reggimento di stanza a Vicenza “lo troviamo in molti fronti di guerra con istruttori e consulenti militari all’uso di nuove armi. Basta osservare la carta geografica e vediamo che Vicenza è a metà strada fra gli aeroporti di Aviano (PN) e Ghedi (BS) dove sono pronte all’uso circa 40 bombe nucleari B61-12. L’apparato militare e d’intelligence Usa di Vicenza sono sempre di più perno di portata strategica militare a livello globale”.

Infine, il vicepresidente del MIR Ambrosi ricorda l’esistenza di “Un’altra difesa è possibile”, campagna nazionale con raccolta firme per una legge di iniziativa popolare. “Partendo dagli articoli 11 e 52 della Costituzione – afferma –, l’obiettivo è creare un luogo istituzionale capace di indirizzare il contributo della difesa civile tramite un istituto di ricerca su Pace e Disarmo. La proposta prevede anche la costituzione di un dipartimento della difesa civile Non Armata e Nonviolenta”.