
Per il consigliere regionale vicentino di Resistere Veneto, Davide Lovat, nel tema delle “moschee fantasma” a Schio il dibattito è impostato male. Della questione ci eravamo occupati a suo tempo, quando è stata segnalata all’attenzione pubblica dai consiglieri comunali del gruppo Fratelli d’Italia.
La segnalazione riportava, in particolare, di alcuni locali in via Martiri della Libertà a Schio utilizzati come luogo di preghiera nonostante fossero accatastati e urbanisticamente classificati come “direzionale/ufficio“. La vicenda è stata poi portata all’attenzione di un recente consiglio comunale.
“Il dibattito è impostato male – spiega Lovat – perché incentrato su questioni urbanistiche e normative regionali inerenti titoli abilitativi riguardo i locali. Nella realtà, invece, si stratta di principi costituzionali che andrebbero applicati e rispettati. In Italia, secondo la Costituzione, tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge, ma i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese. Ebbene, nel caso dell’Islam, non esiste un’intesa tra lo Stato italiano e una rappresentanza riconosciuta delle comunità islamiche. Le ragioni sono complesse, ma riguardano anche una questione di fondo: nella tradizione giuridica islamica non esiste una distinzione netta tra sfera religiosa e sfera civile paragonabile a quella maturata nella civiltà cristiana e poi tradotta nel costituzionalismo occidentale. La legge religiosa e la legge civile tendono a coincidere, o comunque la prima rivendica una superiorità sulla seconda. Anche l’adesione ai principi universali dei diritti umani è spesso formulata, nei documenti ufficiali del mondo islamico, con clausole di subordinazione alla legge coranica”.
“In questo contesto – prosegue Lovat – parlare di costruzione di moschee a Schio come se si trattasse semplicemente dell’apertura di un luogo di culto analogo a una chiesa o a un tempio di altre confessioni rischia di essere fuorviante. Senza un’intesa ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, infatti, manca il presupposto giuridico che regola i rapporti tra Stato e confessione religiosa. Di fatto, e di diritto, il problema non si pone: non si possono aprire moschee. Dunque, più che discutere in modo ideologico di edifici religiosi, sarebbe utile interrogarsi sul rapporto tra i valori costituzionali e le proposte culturali che circolano all’interno delle associazioni ispirate alla tradizione islamica. In altre parole, spostare la discussione dal piano simbolico a quello sostanziale: non moschea sì o moschea no, ma quale modello di convivenza civile si intende costruire all’interno della società italiana.
In una democrazia costituzionale, il pluralismo è possibile solo se tutti riconoscono il medesimo quadro di regole e di diritti che tiene insieme la comunità politica. È da qui che dovrebbe ripartire una discussione finalmente adulta”, conclude Lovat.



































