
In Veneto emerge una generale diminuzione del livello di Pfas negli alimenti di origine animale, con una riduzione del numero di aziende che presentano criticità e una diminuzione complessiva dei livelli di contaminazione riscontrati nei prodotti di origine animale. Lo riferisce oggi la Giunta regionale.
Infine, sono saltati fuori i dati del Piano di sorveglianza Pfas e li ha resi noti la Regione Veneto. Va ricordato che, nei giorni scorsi, alle richieste di chiarimento sui ritardi nella presentazione dello studio sulle contaminazione delle cosiddette “sostanze eterne” nei prodotti agroalimentari, si era registrata anche una certa confusione su “chi” fosse in possesso dei dati e dovesse dunque comunicarli.
La confusione sulla comunicazione dei dati del Piano di Sorveglianza
Come riferito in un nostro precedente articolo, i capigruppo regionali Matteo Pressi (Stefani Presidente) e Riccardo Barbisan (Lega-LV) avevano dichiarato che i dati “non sono nell’immediata disponibilità della Regione. La loro pubblicazione è sottoposta all’assenso dell’Istituto Superiore di Sanità, ad oggi non ancora pervenuto, si presume per ragioni legate alla necessità di validare le evidenze raccolte prima della loro diffusione”.
La Rete Zero Pfas del Veneto aveva però ribattuto a queste affermazioni, essendo in possesso di una risposta dell’Iss a un loro accesso agli atti. Ovvero, l’istituto “non detiene gli atti richiesti e l’istanza va correttamente rivolta alla Regione Veneto”.
Sorgono dunque qui, spontanee, le prime domande. Dato per scontato che i dati erano in possesso della Regione Veneto, seppur in forma parziale come detto, tanto che oggi li comunica: da quanto tempo li aveva, perché non li ha comunicati prima e perché manca a parte dedicata ai prodotti agricoli?
Quanto a quest’ultimo aspetto, va detto che la Giunta, oggi, ha diffuso un comunicato stampa in cui parla di Rapporto Regione-ISS su prodotti di origine animale e, viene aggiunto, “Il completamento del presente Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente”.
Pafs in Veneto: cosa dice il rapporto Regione-ISS
La comunicazione della regione non entra a fondo delle risultanze che – come viene affermato – saranno presentati nel dettaglio nei prossimi giorni. Però finalmente qualcosa viene comunicato, anche a seguito della pressione mediatica di questi giorni.
Viene precisato che il rapporto sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale è della Regione Veneto e dell’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss.
Lo studio è stato avviato dalla Regione del Veneto sulla base delle risultanze emerse dal precedente piano condotto nel 2016-2017, “al fine di monitorare l’andamento dei livelli di contaminazione dei PFAS negli alimenti a distanza di quasi dieci anni” spiegano dalla Regione.
“Nell’ambito del nuovo esame – aggiungono – sono stati sviluppati e applicati metodi analitici da 2 a 10 volte più sensibili rispetto a quelli precedenti. Ciò ha consentito di ottenere risultati più accurati e di ricavare, pertanto, un quadro molto più nitido e affidabile dell’effettivo grado di contaminazione delle matrici alimentari studiate”.
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS, ovvero dodici molecole (PFOA, PFOS e altri dieci PFAS) già oggetto del precedente studio di monitoraggio sugli alimenti, integrate da altre due molecole di interesse, GenX e cC6O4, in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata.
“Rispetto al Piano di monitoraggio sugli alimenti condotto nel 2016-2017 – spiega ancora la nota -, l’analisi dei risultati mostra una generale diminuzione del livello di PFAS negli alimenti di origine animale, con una riduzione del numero di aziende che presentano criticità e una diminuzione complessiva dei livelli di contaminazione riscontrati nei prodotti di origine animale. Pur permanendo alcune situazioni puntuali che richiedono attenzione e ulteriori approfondimenti, la fotografia conferma una tendenza favorevole e suggerisce una progressiva riduzione dell’impatto della contaminazione sulle produzioni zootecniche dell’area monitorata”.
La Regione Veneto riferisce che lo studio ha riguardato 156 aziende, ma non indica la loro dimensione, se piccole o della grande distribuzione. In queste, classificate, relativamente alla contaminazione da PFAS, in zone ad alta, media e bassa intensità, 148 (93%) presentano valori al di sotto dei limiti di legge, mentre 8 aziende (5%) superano tali limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino.
“Sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. In queste aziende sono state adottate tempestive misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge”, ancora la Regione.
E ancora: sul totale dei 703 campioni elementari analizzati, 680 (97%) sono risultati entro i limiti di legge, dove esistenti, mentre 18 (3%) hanno mostrato valori superiori ai tenori massimi. In 5 campioni (0,7%), prelevati da 3 diverse aziende (2%), sono stati rilevati livelli di PFOS e PFOA che superavano i livelli indicativi al di sopra dei quali è necessario condurre ulteriori indagini per individuare le cause della contaminazione.
“Permane – viene precisato nella nota -, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. Le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti”.
Secondo la regione, quanto emerso dallo studio conduce a interventi specifici finalizzati ad orientare pratiche produttive che minimizzino i livelli di presenza nei PFAS negli alimenti.
Una rassicurazione importante è relativa agli esiti delle analisi eseguite sugli stabilimenti che producono uova da consumo, altra questione sollevata di recente grazie alla Rete Zero Pfas, e relativa al riscontro con analisi di laboratorio di uova contaminate oltre i limiti di legge in un pollaio privato di Vicenza, di cui si è occupato anche il presidente del Consiglio comunale di Vicenza, il medico Massimiliano Zaramella.
“In nessuno dei campioni di uova sono stati evidenziati valori al di sopra dei tenori massimi fino ad oggi previsti dalla legge”, conclude la nota della Giunta del Veneto.





































