
Una maggiore informazione ai cittadini, monitoraggi e ascolto delle istanze: sono le richieste alle istituzioni della Rete Zero Pfas Veneto, dopo la diffusione dei dati sulla contaminazione in regione degli alimenti di origine alimentare.
“Proponiamo – affermano gli attivisti – che venga istituito un sistema stabile di informazione pubblica, che consenta ai cittadini di essere tempestivamente informati quando emergono non conformità rilevanti o vengono adottati provvedimenti a tutela della sicurezza alimentare.
Chiediamo un piano straordinario di monitoraggio ambientale e sanitario – aggiungono -, cin interventi tempestivi di bonifica e messa in sicurezza del territorio, controlli rigorosi e trasparenza nella diffusione dei dati.
Chiediamo inoltre un confronto diretto e pubblico con la Regione, affinché le decisioni siano assunte ascoltando anche le comunità che convivono con questa contaminazione da anni.
Le istituzioni – chiarisce la Rete Zero Pfas – hanno il dovere di prevenire nuovi episodi di contaminazione, ridurre i rischi esistenti e garantire la massima protezione della salute e dell’ambiente”.
I dati sui Pfas negli alimenti in Veneto
Nei giorni scorsi, la Regione Veneto ha reso noti i risultati del Piano di sorveglianza dei PFAS nei prodotti agroalimentari provenienti dalle aree interessate dalla contaminazione, con estensione delle analisi dalla “zona rossa” anche alla “zona arancione”.
I dati riguardano soltanto gli studi condotti su allevamenti e non ancora – come richiesto con forza da più parti – sulle filiere vegetali.
Pediatra Vitalia Murgia: “Questo il possibile impatto sulla dieta dei bambini”
La Rete Zero Pfas Veneto ha analizzato in questi giorni i dati resi noti dalla Regione Veneto, soffermandosi sul confronto con le risultanze di 10 anni fa emerse dal medesimo studio.
Dalla rete affermano di aver chiesto un parere a Vitalia Murgia, pediatra e medico ISDE, sull’impatto che i valori espressi nel documento di sintesi diffuso dalla Regione possano avere sulla dieta di un bambino.
Questa la risposta della dottoressa: “I dati, considerati da soli, spesso sembrano lontani dalla vita reale e non fanno capire quale possa essere il loro impatto su chi consuma questi alimenti.
Se un bimbo di 1-2 anni di peso medio consuma settimanalmente anche solo 500 ml di latte, due porzioni da 50 g di carne bovina e due uova supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 ng/kg con il solo PFOS. In pratica, l’assunzione settimanale minima stimata di solo PFOS può già far superare al bimbo il valore tollerabile EFSA previsto per la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS.
Poiché questi alimenti rappresentano solo una parte della dieta settimanale di un bambino, l’entità dell’assunzione complessiva potrebbe essere abbondantemente sottostimata”.
I dati sulle uova
Particolare attenzione nella lettura del report è stata dedicata al capitolo “uova”, dopo che nelle scorse settimane la Rete aveva sollevato il caso di contaminazione da Pfas oltre soglia in un allevamento familiare di Vicenza (leggi qui).
“Per le uova – spiegano dalla Rete Zero Pfas Veneto – i risultati del 2016-2017 mostravano un intervallo di valori fortemente influenzato dagli allevamenti familiari. Pertanto, si presume che i monitoraggi siano stati eseguiti su allevamenti intensivi e che quindi i due dati non si possano mettere a confronto.
Ci chiediamo perché, a fronte dei valori oltre i limiti ottenuti con il primo monitoraggio, e nell’ottica di far emergere eventuali variazioni nel tempo come è d’obbligo fare in qualunque progetto di monitoraggio, non siano stati considerati questa volta anche gli allevamenti familiari che ricadono dentro la zona contaminata”.
È possibile consultare il documento di sintesi diffuso dalla Regione sul portale della Salute e anche cliccando questo link.




































