
Dalla ricerca dal titolo “L’esposizione occupazionale ed ambientale dei Vigili del Fuoco tra vecchi e nuovi contaminanti: una disamina”, emergono elementi allarmanti circa il pericolo di contaminazione da sostanze tossiche e PFAS.
Pubblicato sulla rivista scientifica “Quotidiano Legale” (puoi consultarlo a questo link) lo studio è a cura di Claudia Marcolungo, docente di Diritto dell’ambiente presso l’Università degli Studi di Padova, e Vitalia Murgia, medico Specialista e membro di ISDE Italia.
La ricerca è stata condotta in collaborazione con il sindacato USB dei Vigili de fuoco e si è avvalsa di una metodologia globale e multidisciplinare in grado di unire la valutazione medica degli effetti biologici alla dottrina giuridico-ambientale.
“Il contributo – recita l’abstract – analizza l’esposizione occupazionale e ambientale dei Vigili del Fuoco a contaminanti tradizionali ed emergenti, con particolare attenzione ai PFAS. Muovendo dalla classificazione IARC dell’esposizione professionale come cancerogena, l’articolo esamina criticità scientifiche, metodologiche e regolatorie, valorizzando biomonitoraggio, prevenzione sanitaria e principio di precauzione quali basi per un framework normativo e operativo più adeguato”.
Studio sull’esposizione dei vigili del fuoco a contaminanti: le evidenze scientifiche
La pubblicazione descrive la quotidianità operativa dei lavoratori come una condizione di vulnerabilità caratterizzata da una tripla morsa ambientale e professionale. I soccorritori sono infatti esposti universalmente ai PFAS in quanto cittadini, ma subiscono in aggiunta l’inalazione di amianto, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e radiazioni durante le operazioni di spegnimento dei roghi.
A questo quadro si somma una contaminazione secondaria continua causata dagli stessi dispositivi di protezione individuale e dalle schiume antincendio, che rilasciano dosi di sostanze perfluoroalchiliche e ritardanti di fiamma capaci di accumularsi progressivamente nei mezzi di servizio e nei locali di riposo delle caserme.
La metodologia multidisciplinare adottata dello studio sull’esposizione dei vigili del fuoco mette in discussione le precedenti rassicurazioni fornite dall’Amministrazione, ritenute parziali in quanto basate su analisi che valutavano i singoli interventi in modo isolato, senza considerare l’effetto accumulo delle esposizioni nel lungo periodo.
Dal punto di vista medico, la ricerca richiama i dati della Monografia 132 dello IARC (OMS), che classifica l’esposizione professionale dei Vigili del Fuoco come cancerogena certa per l’uomo (Gruppo 1), evidenziando il nesso causale diretto con patologie quali il mesotelioma e il tumore alla vescica, oltre ai dati della Monografia 135 che inserisce il PFOA in Classe 1A e il PFOS in Classe 2B.
Per superare tale criticità, la disamina evoca l’efficacia del modello svedese Skellefteå (“Healthy Firefighters”), basato su una piramide metodologica che parte dalla comprensione del rischio per giungere alla riforma strutturale delle routine operative e degli strumenti di bonifica.
Sotto il profilo legale, l’analisi evidenzia che il Principio di Precauzione costituisce un preciso e vincolante obbligo giuridico. Davanti al rischio di esposizione a sostanze nocive, le istituzioni hanno il dovere di garantire il massimo livello di protezione tecnicamente possibile, poiché l’attesa passiva di certezze scientifiche assolute o delle tempistiche burocratiche si traduce in una violazione dei diritti umani fondamentali tutelati dalla Costituzione, con conseguente aumento dei costi sociali e sanitari.
Le tutele istituzionali richieste e la divulgazione della ricerca
Sulla base delle risultanze fornite dallo studio sull’esposizione dei vigili del fuoco, l’organizzazione sindacale USB ha annunciato la programmazione, nei prossimi mesi, di un convegno nazionale volto a presentare ufficialmente l’intera ricerca alla presenza delle autrici, di esperti internazionali e di rappresentanti politici e istituzionali. L’obiettivo dell’incontro sarà quello di richiamare l’Amministrazione alle proprie responsabilità per avviare una necessaria implementazione normativa delle tutele assistenziali e previdenziali.
Nello specifico, il sindacato richiede l’adozione immediata di quattro misure strutturali.
La prima riguarda l’istituzione di uno screening e biomonitoraggio nazionale, ovvero analisi del sangue periodiche a carico dell’Amministrazione per monitorare la concentrazione di PFAS e inquinanti nel siero di tutto il personale operativo.
Si richiede poi l’applicazione del protocollo “Zone Pulite / Zone Sporche“, con procedure tassative di bonifica e decontaminazione immediata post-intervento per impedire l’ingresso di fumi e residui tossici all’interno delle sedi di servizio.
La terza misura prevede l’adozione di equipaggiamenti e schiume interamente prive di PFAS, procedendo alla sostituzione immediata dei dispositivi di protezione individuale contaminati e alla revoca delle schiume chimiche contenenti fluoro, anticipando gli standard di sicurezza previsti a livello europeo.
Infine, viene richiesto il riconoscimento formale della professione di Vigile del Fuoco come attività altamente usurante, con il conseguente adeguamento automatico delle coperture assicurative INAIL per le malattie professionali contratte in servizio.







































