
(articolo e intervista da VicenzaPiù Viva n. 309, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Passeggiando per il centro storico è inevitabile notare i tanti negozi chiusi; allargando lo sguardo nei quartieri e in periferia sono decine le vetrine sfitte e abbandonate, a volte diventate veri e propri luoghi di degrado. Sono oltre 1.300 i negozi al dettaglio che hanno chiuso in Provincia di Vicenza tra il 2015 e il 2025; lo dice la ricerca curata da Percorsi di Secondo Welfare, nell’ambito del neonato Osservatorio su Reciprocità e Commercio Locale promosso da Nomisma che sottolinea come a livello nazionale siano scomparse 86.000 attività commerciali, soffrono in particolare i negozi dedicati a cultura-svago e tessile-abbigliamento, mentre rimane il vero motore di crescita la ristorazione.
Un danno economico per i territori e il risvolto sulla disoccupazione, certo, ma occorre anche allargare lo sguardo e chiedersi cosa significhi tutto ciò: una perdita sociale e culturale, perché in alcuni casi a chiudere sono negozi storici tramandati di generazione in generazione e con essi scompaiono delle professioni. Le attività commerciali di prossimità sono luoghi in cui acquistare beni e prestazioni, ma anche presidi in cui trovare accoglienza, coltivare relazioni e provare un certo senso di appartenenza.
La chiusura dei negozi porta a desertificazione commerciale e deterioramento dei contesti urbani, a cui fanno seguito le conseguenze psicologiche: una crescente percezione di insicurezza, un indebolimento delle comunità e una rottura delle relazioni sociali. Senza contare che, se non si trovano più i beni da acquistare vicino a casa, si è costretti a spostarsi nelle grandi aree commerciali in auto, con un incremento del traffico e dell’inquinamento.
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