La minaccia di Trump alla civiltà persiana: se l’Iran si salva (per ora?), è la civiltà universale a morire (per sempre?)

263
Civiltà persiana salvata e civiltà universale distrutta
Civiltà persiana salvata e civiltà universale distrutta

La civiltà persiana salvata ma la civiltà universale distrutta è il paradosso amaro lasciato dall’ultimatum di Trump subito dall’Iran: se si salva una nazione, sia pure governata da un regime fra i più duri, sotto la minaccia della forza, il prezzo rischia di essere la sconfitta del diritto e dell’etica internazionale.

Civiltà persiana salvata e civiltà universale distrutta, il paradosso

La crisi che ha visto l’Iran accettare l’ultimatum per allontanare, almeno per ora, la minaccia di una distruzione evocata da Donald Trump “”distruggeremo una civiltà, se non accetteranno”) lascia dietro di sé una riflessione durissima.

La civiltà persiana salvata ma la civiltà universale distrutta non è solo una formula provocatoria.

È il punto più drammatico di questa vicenda. La Persia, oggi Iran, rappresenta una delle più antiche civiltà della storia umana. Una cultura millenaria, sopravvissuta agli imperi, alle guerre e ai mutamenti della storia, sembra per il momento aver evitato il peggio, pur conservando il peggio precedente, il suo regime.

Ma il nodo non è la sopravvivenza fisica di uno Stato. Il nodo è il principio che sembra essersi imposto.

Se passa l’idea, e sta passando più volte, ad esempio, in Ucraina e in Palestina come, sia pure in una forma diversa, in Venezuela, che la forza possa piegare ogni resistenza e prevalere su ogni norma di diritto internazionale, allora la civiltà persiana salvata e quella universale contemporaneamente distrutta diventano la sintesi di un fallimento molto più ampio.

Qui non si tratta di difendere il regime iraniano, che resta agli occhi del mondo un sistema antidemocratico e repressivo.

Il punto è un altro.

Se anche di fronte a un regime crudele si accetta che la minaccia della distruzione di un Paese e di un popolo intero, facendo peggio del regime che lo opprime, sia strumento legittimo di pressione, per giunta col falso obiettivo di “cambiarlo” e con quello vero di fare affari, allora viene colpito il fondamento stesso della convivenza internazionale.

La civiltà persiana salvata e quella universale distrutta dalle montagne russe degli umori di Trump raccontano proprio questo passaggio.

Si salva il particolare, ma si incrina l’universale. Si salva una nazione, ma si ferisce l’idea che il diritto debba limitare la forza. È qui che la riflessione diventa amara.

Perché se la forza diventa criterio sufficiente di legittimità, allora non è più il diritto a governare il mondo, ma la potenza.

E quando la potenza sostituisce il diritto, la civiltà – quella universale, condivisa, costruita dopo secoli di tragedie – subisce un colpo forse più grave di qualsiasi conflitto.

La civiltà persiana salvata al prezzo della civiltà universale distrutta è allora l’immagine di un tempo in cui il più forte pretende di trasformare la propria capacità militare in verità politica.

Ed è questo il punto più inquietante.

Non ciò che accade oggi a Teheran. Ma ciò che da domani potrebbe essere considerato normale in qualsiasi altra parte del mondo. Se la forza prevale su ogni diritto, allora ciò che davvero rischia di morire non è una singola nazione.

È la civiltà universale stessa.

Perché domani, un domani tragicamente vicino, risuccederà.