Vita da dopoguerra, soprattutto per gli aumenti

Ricordi e riflessioni sparse sui conflitti vecchi e, da 80 anni, nuovi che avvelenano il mondo. Prevale la preoccupazione economica, è cosa pacifica… Forse l’unica

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guerra Vicenza
Bombe su Vicenza, un ricordo che non abbandona chi ha vissuto gli anni della Seconda guerra mondiale

(articolo da VicenzaPiù Viva n. 308sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Al di là della lettura dei quotidiani e dei commenti su basi o non basi, come stanno vivendo i vicentini questi giorni complessi della politica internazionale?
Naturalmente non posso rispondere per tutti. Ma da vicentina “media” – più o meno – posso dire che un po’ sono preoccupata. Soprattutto per le conseguenze economiche dei conflitti. Per il costo della vita che sale e per gli stipendi che scendono. Al momento, a dire il vero, la mia quotidianità continua ad andare avanti sempre allo stesso modo: lavoro, mangio, dormo, nutro il gatto, mi concedo qualche aperitivo, ma temo di vivere una sorta di The Truman Show, con la differenza che io sono consapevole che l’attualità è tragica e che sto facendo finta di non vederla.
Della guerra come tale sono meno spaventata. Non ho esperienze dirette di che cosa voglia dire essere in guerra, cioè vivere in un Paese che sta combattendo, ma come tutta la mia generazione ho avuto entrambi i genitori che hanno vissuto direttamente la Seconda guerra mondiale: erano bambini (mia mamma era del 1934, mio padre del 1936) ma abbastanza grandi da avere ricordi precisi di quegli anni.

I loro racconti non sono mai mancati, soprattutto se capitava di vedere un film sull’argomento. Devo dire che quello che dicevano non era particolarmente macabro o drammatico. Certo, mio papà mi ha raccontato di quando stava comprando cartoline di Natale il giorno del primo bombardamento sulla città e corse a casa spaventato, mia mamma mi spiegava spesso di quando, alla sera, se si sentivano le “sirene lunghe”, si correva “al rifugio”, per lo più cantine non molto più sicure delle case: per lei, la più grande di quattro fratelli, era “come zugar casetta”. Avevano in comune i ricordi del coprifuoco, dell’aereo Pippo (con la raccomandazione “ste boni, che Pippo ne buta ‘na bomba”), del rifugiarsi altrove…
A proposito di questo, mia madre per un po’ andò in campagna, ora non più tale, dato che oggi dove c’era l’erba c’è una città, come canta Celentano: la sua famiglia aveva dei campi dove ora sorge, ironia della sorte, il villaggio degli Americani. Ebbene, nei giorni da sfollati a casa degli affittuari dei campi, lei e tutti i suoi fratelli presero i pidocchi e sua mamma, cioè la nonna Giulia che non ho mai conosciuto ma della quale porto il nome, sentenziò “mejo le bombe dei peoci”, facendo tornare tutti a Vicenza. Peraltro, poco dopo quella parte di campagna fu a sua volta bombardata. Stessa sorte ebbe Recoaro, dove era andata a rifugiarsi la famiglia di mio padre. Come detto, i racconti dei miei genitori sono sempre stati piuttosto leggeri, puntavano più sull’aneddotica che sul dramma. Mia mamma ricordava molto bene la notte degli spezzoni incendiari, soprattutto per l’incredibile coraggio di una delle donne di servizio che fece avanti e indietro dal rifugio alla casa di corso Padova con una carrozzina per neonati, per mettere in salvo l’argenteria…
Ad essere più amari, nelle loro narrazioni, erano piuttosto i ricordi degli anni successivi, del dopoguerra, quando molte famiglie si trovarono a fare i conti con una situazione economica profondamente cambiata. La conferma che la guerra, oltre ad essere un dramma di per sé, quando finisce ingigantisce le difficoltà economiche e le differenze sociali.
Oggi faccio fatica ad immaginare uno scenario in cui proprio io senta le sirene e mi tocchi scappare in cantina. Anche se so che non si può escludere del tutto, che la mia città possa diventare un bersaglio in caso di guerra non è la mia preoccupazione principale. Credo anche – ma non si può sapere se non si prova, e francamente l’esperimento non ci tengo a farlo – che se dovesse succedere le priorità cambierebbero totalmente: se vai a dormire con un occhio solo perché temi di non sentire le sirene, o se sei in rifugio e preghi di ritrovare la tua casa in piedi a bombardamento finito, il costo della benzina e il potere d’acquisto del tuo stipendio diventano problemi secondari.
Non avendo questo pensiero dominante, vivo la preoccupazione della guerra soprattutto in chiave economica.
Inutile girarci intorno. Le bollette crescono, soprattutto quelle dell’energia elettrica. La benzina aumenta, e il fatto che io mi muova per lo più a piedi cambia poco: il costo, comunque, si riversa a catena su tutto. La media della mia spesa settimanale negli ultimi due anni è salita di almeno 20 euro. E io vivo sola e sono perennemente a dieta, quindi, se ho cambiato le abitudini alimentari, l’ho fatto in senso “restrittivo”. Per persone con figli gli aumenti sono molto più significativi.
E poi il lavoro: la guerra altrove rende sempre più ardui i trasporti e le spedizioni; quindi, per molte aziende è sempre più complicato andare avanti. E hai voglia a cercare nuovi mercati, il mondo è grande ma non è infinito. E comunque se non riesci a spedire la merce per via di blocchi navali o aerei, fai fatica a fare affari.
Certo, il mio non è un lavoro collegato ai trasporti: nella grafica e nell’impaginazione il nemico è più l’AI della guerra, ma lavoro molto con i giornali, i quali dipendono dagli inserzionisti, e se gli inserzionisti decidono di tagliare le spese… Insomma, in questo senso non dormo affatto sonni tranquilli e se poi penso ai miei famigliari, soprattutto alla generazione giovane, sono davvero preoccupata.
Una cosa però ho notato: quando scoppiò la prima guerra nel Golfo, nei primi anni Novanta, ci fu ad un certo punto in Italia una sorta di panico per cui molte persone si lanciarono nella corsa sia al pieno di benzina sia all’acquisto di generi di prima necessità, tra cui la carta igienica. Ricordo che qualcuno rideva di questo, ma probabilmente era la generazione che aveva vissuto la Seconda guerra mondiale e che ricordava la difficoltà di approvvigionarsi. Oggi questo tipo di reazione è pressoché nulla. Non vedo code ai distributori né accaparramenti. Temo che più che maggiore fatalismo ci sia minore attenzione. Oppure, visto il costo crescente della vita e la diminuzione reale dei compensi, fenomeni già in atto prima delle ultime guerre e ora solo, si fa per dire, in aggravamento, penso che ci siano meno soldi da spendere anche in beni e servizi di prima necessità. Insomma, forse non sono solo io a vivere una sorta di The Truman Show.
E ai morti delle guerre in corso, soprattutto alle vittime civili, ci penso? Confesso: non molto. Brutto da dire, ma è la verità. Partecipo a raccolte fondi (purtroppo sempre con un po’ di diffidenza, perché non sempre si sa dove vada a finire tutto quello che viene raccolto), firmo qualche appello, mi angoscia l’idea di prigionia e torture, che non riesco ad affrontare nelle opere di fantasia, figuriamoci pensare che siano vere, ma quello delle vittime della guerra non è il mio pensiero fisso quotidiano. Sbuffo ad ogni dichiarazione incauta di Trump, Putin o di qualsiasi altro politico che tira i fili delle sorti del mondo. Spero sempre di leggere la parola “pace”, perché “tregua” abbiamo capito che non significa niente, ma guardo ancora colpevolmente al mio orticello: il mio pensiero fisso è ancora se i soldi entrati con il lavoro bastano per le bollette del mese…
E questo sì che è pacifico… purtroppo.