
(articolo da VicenzaPiù Viva n. 308, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) «Quando sento parlare di cultura la mano mi corre al revolver», diceva Herman Goering, gerarca nazista, numero due di Hitler. In Italia avevamo il Minculpop, il Ministero della cultura popolare, dove la pensavano allo stesso modo. Il rapporto tra politica e cultura è sempre stato risolto con la censura e la sopraffazione nei sistemi autoritari, ma non possiamo nasconderci che anche nelle nostre democrazie è sopportata con malcelato fastidio la cultura: ha il difetto di non stare alle regole, l’arte è libertà di espressione e questo finisce sempre per disturbare il manovratore. Ha un bel dire il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco che la mostra di Venezia «pratica la libertà non la propaganda, non è un tribunale ma un giardino di pace». Il suo appassionato discorso alla vigilia dell’inaugurazione ha chiuso solo provvisoriamente le polemiche su chi doveva esserci e chi no. Siamo dentro a un fluire storico di corsi e ricorsi, di opposti che riemergono sempre, inaspriti dai tempi di guerra in cui siamo retrocessi. La destra al governo che vuole mettere fine alla presunta egemonia culturale della sinistra sta scoprendo quello che la sinistra conosce da tempo, cioè che oltre agli intellettuali organici ci sono anche i dissidenti e magari, come nel caso di Buttafuoco, sono anche più bravi.
Nelle parole del presidente della Biennale correva l’orgoglio di un siciliano capitato a lavorare a Venezia, due terre che si somigliano per l’incrocio di popoli e di storia che hanno alle spalle. Buttafuoco ha respinto con sdegno le «ingerenze politiche nelle istituzioni culturali» che le ridurrebbero, ha detto senza fronzoli, «al rango di fureria». Per poi scandire: «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo. Chiudere a qualcuno rende più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale smettesse di selezionare opere ma passaporti, cesserebbe di essere il luogo dove il mondo si incontra».
Libertà, autonomia, audacia: questa la sua visione della cultura. Tanto più a Venezia, «città che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro, che accoglie le differenze, perfino i conflitti e li trasforma in convivenza. E questo ha fatto la Biennale da 130 anni».
Una firma ufficiale a quattro mani nella capitale sovietica
A chi oggi contesta la presenza della Russia alla Biennale andrebbe ricordato che nel maggio del 1987, con la cortina di ferro ancora imperante, il muro di Berlino saldamente in piedi e i gulag sempre in funzione nell’Unione Sovietica, il Consiglio regionale del Veneto era a Mosca per concludere un accordo con il ministero della cultura sovietico e portare a Venezia una mostra delle più importanti scoperte fatte dall’archeologia russa dalla Rivoluzione d’ottobre in poi. A nessuno venne in mente di sostenere che in questo modo si dava legittimità a uno Stato che dal 1917 reprimeva il dissenso e spediva ai lavori forzati, ma anche all’altro mondo, gli oppositori interni. Al contrario: l’idea nata un anno prima in Consiglio regionale era sostenuta all’unanimità dai partiti come un’operazione culturale che si spingeva scientemente oltre la ragion di stato. Una delegazione venne inviata a Mosca a presentare la proposta ufficiale, che i sovietici accolsero subito. Le diplomazie si misero al lavoro e il 13 maggio 1987 Francesco Guidolin presidente del Consiglio regionale del Veneto e l’assessore Maurizio Creuso erano nella capitale sovietica per firmare l’accordo.

da Arnoldo Mondadori editore
Era la prima volta che l’Urss concedeva il nulla osta all’espatrio di oltre 200 reperti archeologici, per la maggior parte in oro, datati a cominciare dall’ottavo secolo a.C. La mostra fu inaugurata a Palazzo Ducale il 18 settembre 1987 (“Tesori d’Eurasia, 2000 anni di storia in 70 anni di archeologia sovietica” fu aperta fino al 28 febbraio 1988 e Arnoldo Mondadori ne pubblicò le opere) e rimase aperta fino alla fine dell’anno.
Di quell’accordo con la Russia resta il valore di anticipazione che ebbe, il resto sono ricordi di un mondo che non c’è più. Non c’è confronto con la realtà di oggi ma non c’era confronto neanche allora tra i due blocchi visti dall’interno. Nella capitale del socialismo reale la delegazione veneta ebbe modo di toccare con mano come vivevano le persone in Unione Sovietica. Un rublo al cambio ufficiale valeva 2.063 lire ma per strada al mercato nero la parità reale era 3 rubli per 2.000 lire. Gli stranieri venivano subito avvicinati, c’era caccia aperta alla valuta estera. Molti prodotti erano razionati e non si trovavano nei negozi russi: bisognava andare nei Berioztka, i negozi per turisti, dove si poteva comprare di tutto pagando con qualunque moneta, escluso il rublo. I tassisti abusivi, Mosca ne era piena, quando trasportavano stranieri erano abituati a fermarsi davanti ai Berioztka e a chiedere ai passeggeri di fare acquisti per loro. Francesco Guidolin raccontava perfino che qualche anno prima, in una precedente visita a Mosca, era uscito dall’albergo per una passeggiata con un vestito scuro e c’era gente che voleva comprarglielo a tutti i costi.
Nei grandi magazzini Gum le cassiere battevano il conto con il pallottoliere

Mosca quel maggio 1987 appariva piena di verde dall’aereo, circondata da boschi di betulle, con una intricata rete di fiumi e canali e vaporetti bianchi che luccicavano al sole nelle grandi anse della Moscova. A terra c’era ancora neve ma nel giro di qualche giorno un cambiamento repentino aveva già fatto fiorire gli alberi. L’impressione era di una città ordinatissima, nonostante gli 8 milioni di abitanti e 2 milioni in media di turisti. Spazi enormi, scorci potenti tra grandi edifici di architettura razionalista e cupole dorate di monumenti storici. Strade larghissime, tre corsie per senso di marcia, militari giovani con fischietto e manganello appostati sui marciapiedi o appollaiati su gabbie speciali, agli angoli degli incroci. Se non attraversavi sulle strisce, un fischio imperioso ti bloccava e venivi “rieducato”. Il militare ti prendeva per mano e ti accompagnava sotto gli occhi di tutti al passaggio pedonale, di solito distante trecento metri. E sempre tenendoti per mano ti faceva attraversare la strada: non era una sfilata in manette ma un’esposizione sui generis al pubblico ludibrio. Questo se eri un turista straniero, se invece eri russo la rieducazione avveniva in un ufficio dove dovevi presentarti per un certo numero di settimane.
All’impressione di ordine dava una bella mano il fatto che non si vedeva un cartellone pubblicitario, un’insegna luminosa, niente dell’ambaradan consumistico delle città occidentali. La pubblicità in Urss non esisteva. In un’economia di Stato quello che veniva prodotto veniva consumato senza bisogno di incentivi. L’unica pubblicità era riservata al socialismo: bandiere rosse, falce e martello con scritte in cirillico che a occhio e croce dovevano essere slogan legati alla festa della vittoria, celebrata come accade oggi il 9 maggio. La delegazione veneta era arrivata il 10.

Nella Piazza Rossa una coda lunghissima di persone ordinata e silenziosa si snodava da una delle estremità, attraversava le strade attigue e si perdeva nei giardini. Tutti in fila per visitare il mausoleo di Lenin. Anche una sposa in abito bianco, forse con gli invitati al seguito. All’epoca, diceva l’interprete, erano molte le coppie che inserivano nel viaggio di nozze una tappa a quel monumento
L’area del Cremlino era piena di gente. I volti delle persone facevano riflettere: facce con tratti somatici diversissimi, rinviavano alla complessità di un Paese nel quale mettere d’accordo le diverse etnie doveva essere un bel problema. Il seguito l’ha dimostrato anche troppo, ma all’epoca chi se l’immaginava.


Nei grandi magazzini Gum le cassiere battevano il conto con il pallottoliere, ad una velocità impressionante. Uno spettacolo di abilità, nella povertà del mezzo. In vendita c’era di tutto, si pagava in rubli ma i prezzi erano gli stessi dei Berioztka, alti per un russo. Sui banchi c’erano anche calze di nylon da donna e collant, i primi esemplari che entravano in Unione Sovietica, ma poche donne ne facevano uso. In giro si vedevano quasi esclusivamente calzini alla caviglia e gambe scoperte (e non depilate). L’eleganza femminile stile occidentale era ai nastri di partenza.
Capitò anche di passare davanti al palazzo del Kgb, la polizia segreta e l’interprete raccontò la battuta che girava a Mosca: si diceva che era il palazzo più alto della città anche se aveva solo 8 piani, perché dai tetti si vedeva la Siberia. Nel 1987 i reati di opinione in Urss costavano ancora il carcere, anche se il Cremlino aveva annunciato una modifica del Codice penale. Andrei Sacharov, fisico nucleare e personalità di spicco del dissenso, era appena tornato libero dopo quasi 7 anni passati al confino. Intervistato da El Pais proprio in quei giorni diceva che tutti i detenuti per reati di opinione in Urss dovevano essere scarcerati e dovevano essere modificate anche le leggi che prevedevano condanne ai lavori forzati.

Negli ascensori si sentiva parlare in veneto
L’albergo che ospitava la delegazione veneta traboccava di giapponesi a caccia di contratti, ma negli ascensori si sentiva parlare anche italiano, veneto e friulano. La Russia stava diventando terra di conquista. Era il terzo anno di governo di Gorbaciov con la sua perestrojka, ma le riforme, in particolare la glasnost, la trasparenza, mostravano tutta la fatica di un’economia di Stato di aprirsi al mercato.
Il 15 maggio la Pravda pubblicava una vignetta per la quale non serviva il traduttore: nel primo riquadro si vedevano i funzionari di partito che discutevano animatamente della perestrojka, nel secondo gli operai che dovevano metterla in pratica giocavano allegramente a carte in fabbrica. «Qui non si lavora», raccontava il corrispondente della Rai Antonio Natoli ai giornalisti veneti di passaggio, «perché è l’unica arma di protesta che la gente ha contro il regime. Come da noi durante il fascismo».
Ma c’erano anche motivi più terra terra: un taxista che faceva quattro corse guadagnava quanto uno che ne faceva due, a meno che non fosse abusivo; un cameriere efficiente ai tavoli veniva pagato quanto quello che si imboscava nei corridoi del ristorante di Stato, al punto che toccava ai clienti andarlo a cercare. Come capitò alla delegazione veneta ad un pranzo ufficiale, ci dovette pensare l’assessore Creuso altrimenti eravamo ancora lì. Nell’economia sovietica lo stipendio era diventato una variabile indipendente dal lavoro.
Lo stipendio di un impiegato andava da 80 a 120 rubli al mese, oggi corrisponderebbero ad un valore d’acquisto tra 200 e 300 euro. Con 5 copechi, 5 centesimi di rublo, si poteva girare tutta Mosca in filovia per quanto malconcia, ma per un paio di scarpe serviva metà stipendio. Chi non mangiava nelle mense universitarie o in quelle delle fabbriche doveva adattarsi alle poche cose che trovava nei Gastronom, i negozi di Stato. Le patate, genere tra i più consumati, erano appena passate da 10 a 26 kopeki al chilo, d’improvviso e senza spiegazioni, scatenando una rivolta. In omaggio alla glasnost una pioggia di lettere di protesta si era riversata sui giornali. Sul settimanale Moskovkie Novosti (Notizie di Mosca) il compagno Anatoli Komin, vicepresidente del comitato statale per i prezzi, spiegava che la colpa era dell’inflazione. Parola mai sentita fino a quel momento, traduceva l’interprete.
L’economia assistita era arrivata al bivio: lo Stato non era più in grado di sostenere le “sovvenzioni” con le quali assicurava dagli anni Venti il fabbisogno giornaliero di carne, latte e formaggi a prezzi accessibili a tutti, dallo studente al pensionato. Lo faceva acquistando i prodotti dai Kolkhoz, le aziende agricole collettivizzate, ad un prezzo superiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato. La voce “sovvenzioni” stava affondando il bilancio dell’Urss.

Con la perestrojka Gorbaciov puntava a dare una scossa al Paese, a introdurre il principio della meritocrazia che facesse marciare in modo diverso la struttura portante dell’Unione Sovietica. Ma dopo settant’anni che si predicava il contrario era un’arrampicata da sesto grado, commentava Vincenzo Corghi, originario di Como, ex deputato del Pci, segretario dell’Associazione Italia-Urss che accompagnava la delegazione veneta. Solo il Comune di Mosca aveva un milione e duecentomila dipendenti, ognuno dei quali – spiegava Corbi – si serviva dell’ufficio o del posto di lavoro anche per sé, per la famiglia e per una cerchia piccola o grande di altre persone. Disporre di un ufficio, una stanza, un taxi, un incarico o un posto pubblico qualunque, assicurava una rendita di posizione, guadagnata con fatica, che nessuno avrebbe mollato facilmente. Questo era il problema di Gorbaciov.
Cifre incredibili di imboscati per evitare la guerra in Afghanistan
Ma ce n’era un altro, più pressante: la guerra in Afghanistan. Il fronte era lontano, a Mosca si viveva il contraccolpo del reclutamento, con il fenomeno degli imboscati che secondo la Pravda aveva raggiunto «cifre incredibili». Per evitare di essere chiamati alle armi, con il rischio di andare a morire in terra straniera, i giovani sovietici ricorrevano a mille sotterfugi. Il giornale del partito riferiva il caso di un ragazzo turkmeno, un certo Sojun Peruijasov, che si era fatto registrare come Sojungui, nome di donna. Questo era possibile perché in Urss le liste dei coscritti venivano compilate dalla direzione del posto di lavoro o da quella delle scuole. Bastava pagare il responsabile che le redigeva e il gioco era fatto. Naturalmente ci volevano i soldi.
La Pravda pubblicava la lettera di un genitore che in Afghanistan aveva perso due figli: dopo la morte del primo – raccontava – aveva provato in tutti i modi a far assegnare al secondo una destinazione diversa. Non c’era riuscito perché non aveva la cifra che il commissario militare gli chiedeva per cambiare la destinazione: mille rubli, oltre 2 milioni di lire italiane dell’epoca.
Naturalmente la via maestra per scansare il reclutamento restava sempre un problema fisico invalidante. La Pravda segnalava che all’improvviso avevano fatto un balzo in avanti le «malattie moderne». Varie commissioni di leva avevano dovuto richiedere specialisti psichiatrici e tossicologici. Affermazione che implicitamente ammetteva un diffuso consumo di droghe.
In un paese esteso come l’Unione Sovietica, anche la lingua veniva adotta come motivo di esenzione dal servizio militare. Qui il giornale del partito si scagliava contro «il liberalismo politico» che aveva permesso l’insegnamento a scuola delle lingue regionali, con il risultato che i giovani potevano addurre il pretesto di non poter comunicare in russo, lingua ufficiale parlata sotto le armi.
In ogni caso quello era l’ultimo anno di reclutamento per l’Afghanistan. Gorbaciov avrebbe cominciato il disimpegno militare l’anno dopo e finito di ritirare tutte le truppe nel 1989.
Piccoli stratagemmi quotidiani in uso nella sede Rai della capitale
La sede della Rai a Mosca era in una zona decentrata della città e in un palazzo molto modesto, per essere l’ufficio di corrispondenza da una capitale. Si accedeva da un cortile interno difficile da trovare, due rampe di scale anguste, un paio di ufficietti. L’operatore aspettava da anni che dall’Italia si decidessero a mandare una telecamera. Nel frattempo, si arrangiava con la cinepresa. Il capo dell’ufficio Antonio Natoli era appena rientrato da Kiev, ventiquattro ore di treno perché gli aerei non volavano. Era corso a trovare Sergio Zavoli ricoverato in ospedale con una doppia frattura alle gambe a causa di un incidente stradale: un camion aveva saltato lo stop centrando in pieno la sua auto. Zavoli era a Kiev per un’inchiesta su Cernobyl. Lasciarlo a Kiev o trasferirlo in Italia? Natoli non aveva dubbi: in Russia l’assistenza sanitaria era da terzo mondo – sosteneva –, mancavano le attrezzature ma anche le conoscenze tecniche, perché i professori universitari d’estate venivano ancora mandati a fare lavoro manuale nei campi. Tutto in Russia secondo lui era da terzo mondo, escluso l’apparato militare.
Saranno state anche le sue idee, come si era affrettato a precisare, ma il rapporto ufficiale del ministro della sanità Evgenij Chazov pubblicato allora sulla Literaturnaja Gazeta gli dava ragione. Chazov, che era un cardiologo, aveva fatto un quadro catastrofico della sanità sovietica: uno stetoscopio su due non funzionava, il 40% dei farmaci richiesti non arrivava, un chirurgo su tre era inaffidabile, in alcuni ospedali mancava l’acqua calda.
La sede della Rai a Mosca non era messa meglio: i vetri dell’ufficio erano coperti da gigantografie della città che servivano da sfondo per le riprese come se il giornalista fosse stato realmente sul posto (!). Andarci davvero era troppo scomodo e dispendioso per la distanza e i mezzi a disposizione. Antonio Natoli era a Mosca da 6 anni, l’anno dopo sarebbe stato sostituito da Demetrio Volcic, che raccontò il crollo dell’Unione Sovietica fino al 1993. Chissà se con lui la Rai mandò finalmente la telecamera.







































