
(Adnkronos) – Il quotidiano britannico ‘The Sunday Times’ ha pubblicato, in una lunga inchiesta, le testimonianze di alcuni cittadini marocchini, tra le decine di migliaia di persone fuggite dal regno verso la città di Ceuta alla fine di luglio, le quali affermano che preferiscono vivere “senza fissa dimora” in Spagna piuttosto che tornare nell'”inferno” del Marocco.
La lunga inchiesta parte da una domanda fondamentale: perché alcuni marocchini giunti a Ceuta si rifiutano di tornare a casa, pur non avendo né un tetto sopra la testa né cibo a sufficienza?
Nelle loro risposte, affermano di essere fuggiti dalla disoccupazione, dall’aumento del costo della vita, dai bassi salari e dalla carenza di servizi pubblici, soprattutto in ambito sanitario e scolastico, sostenendo che gli indicatori economici citati dal ‘Makhzen’ (il Sistema, l’apparato statale e governativo del Marocco) non corrispondono alla realtà sul campo.
Tra i casi riportati nell’inchiesta c’è quello di Alae Eddine Boulaaz, 23 anni, che ha lasciato il Paese con il fratello minore, Anas, di 21 anni. Nelle sue dichiarazioni, Alae descrive le terribili condizioni in cui versano i giovani in Marocco, a causa della mancanza di opportunità lavorative, condizioni che hanno spinto migliaia di persone a fuggire dal Paese.
Dopo aver lavorato nella Polizia, ha trovato impiego in un’azienda che esporta frutta, guadagnando 300 euro al mese. “Non è niente, non basta neanche a coprire le spese”, dice. E’ anche sceso in piazza, partecipando alle manifestazioni del 2025 della Generazione Z, che chiedevano un cambio di rotta. Tutto inutile. “Non è cambiato nulla”, dice.
“Voglio una vita migliore per la mia famiglia e vivere con dignità”, afferma Alae. L’inchiesta evidenzia che questo sentimento non è limitato alle fasce più povere della società, citando il caso di Fatima, 33 anni, laureata con due titoli universitari ma con uno stipendio insufficiente per vivere, cosa che la spinge a cercare un’esistenza migliore fuori dal Marocco, a causa del peggioramento delle condizioni di vita.
Mentre il sistema sanitario è sottofinanziato e le liste di attesa si allungano, il regno investe negli stadi per i Mondiali di calcio del 2030, specie in quello di Casablanca, che avrà 115mila posti a sedere, il più grande del mondo. “Nessuno – dice Fatima – vuole i Mondiali; vengono visti come una strategia politica per far dimenticare alla gente la mancanza di beni di prima necessità”.
Intanto, continua Fatima, “non abbiamo assistenza sanitaria, né sicurezza sociale. Se ti ammali e vai in ospedale, muori in attesa delle cure. I nostri figli non hanno accesso all’istruzione. Il costo della vita è salito a livelli insostenibili negli ultimi due anni. Persino io sto perdendo la speranza”.
L’inchiesta include anche le testimonianze di diverse altre persone che preferiscono vivere da senzatetto a Ceuta piuttosto che rimanere nel loro Paese d’origine. Gli intervistati parlano a lungo del diffuso nepotismo e della corruzione, che hanno portato a una perdita di fiducia nella possibilità di migliorare la situazione.
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