
Nei prossimi giorni la Rete Zero PFAS Italia, di cui fanno parte le vicentine Mamme No Pfas, sarà a Bruxelles presso l’European Environmental Bureau (EEB), il più grande network ambientalista europeo. La delegazione presenterà al forum “Stop Pfas” un documento programmatico che chiede un cambio di passo radicale nelle politiche chimiche dell’Unione.
“Vogliamo lo stop della produzione di Pfas e dell’esportazione delle conoscenze per produrli in altre parti del mondo, dove spesso i costi di produzione sono vantaggiosi e la cui conseguenza è una contro-importazione di questi prodotti sui nostri territori a prezzi stracciati”, avevano dichiarato alla nostra redazione le Mamme No Pfas, sottolineando il legame tra la produzione locale e gli impatti globali.
Il documento: precauzione e nuove regole per l’industria
Il manifesto della Rete delinea una strategia che parte dall’applicazione rigorosa del principio di precauzione. La richiesta è che nessuna delle oltre 10.000 molecole appartenenti a questa classe venga immessa sul mercato senza una prova preventiva e certa di sicurezza a carico del produttore. La Rete propone una valutazione strutturata che includa studi tossicologici completi e analisi sulla persistenza ambientale, superando l’attuale sistema che spesso interviene quando il bioaccumulo nel suolo e negli organismi è già avanzato.
Per rendere i controlli efficaci, il documento sollecita l’obbligo per le aziende di fornire alle autorità gli standard analitici necessari: oggi, infatti, si stima che meno dell’1% dei PFAS sia realmente misurabile. Senza questi strumenti, il monitoraggio di acqua e sangue rimane parziale. Parallelamente, si chiede la transizione verso una “chimica verde” e produzioni a circuito chiuso per azzerare le dispersioni, accompagnate da una totale trasparenza sulla tracciabilità delle vendite e da un’etichettatura chiara che indichi quantità e tipologia di PFAS presenti nei prodotti di consumo.
Costi sociali e tutela dei minori
Un passaggio chiave del documento riguarda la responsabilità economica. Con costi stimati per l’UE fino a 440 miliardi di euro entro il 2050 tra bonifiche e spese sanitarie, la Rete chiede che le risorse risparmiate con lo stop alla produzione vengano investite per aiutare le imprese nella riconversione tecnologica.
Particolare enfasi viene posta sulla protezione dei bambini, definiti come la popolazione più vulnerabile a causa dell’esposizione prenatale e del maggiore accumulo proporzionale durante la crescita. La Rete denuncia come gli attuali limiti di legge siano spesso “compromessi regolatori” e non parametri puramente sanitari, citando come un bambino possa facilmente superare la dose settimanale tollerabile (TWI) stabilita dall’EFSA pur consumando acqua considerata “nei limiti”.
Infine, viene affrontato il nodo dei rifiuti: la pervasività di queste sostanze rende le attuali tecnologie di incenerimento spesso inefficienti, trasformando il fine vita dei prodotti in un circolo vizioso che continua a disperdere molecole nell’aria e nel suolo.




































