Enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV e Marx davanti all’intelligenza artificiale: un confronto possibile?

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Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV.jpeg
Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV.jpeg

L’enciclica Magnifica Humanitas propone una lettura critica dell’intelligenza artificiale, del lavoro e della concentrazione del potere tecnologico. Pur partendo da visioni del mondo diverse, alcune riflessioni richiamano temi presenti nella tradizione marxista e nel dibattito contemporaneo sul futuro della tecnologia.

Magnifica Humanitas tra tecnologia, lavoro e concentrazione della ricchezza

Leggendo il testo dell’enciclica di Leone XIVMagnifica Humanitas” si può percepire l’importanza del contenuto. Un’enciclica che, credo, non potrà essere ignorata o sottovalutata in quanto affronta temi attualissimi come l’Intelligenza Artificiale e le nuove tecnologia, in una maniera non scontata e, a mio avviso, poco ortodossa perlomeno secondo la consuetudine e gli stereotipi oggi imperanti. Al di là dei temi teologici e religiosi trattati, l’analisi che viene fatta sulle nuove sfide imposte dallo sviluppo scientifico e tecnologico risulta, almeno a me, stimolante in senso positivo. Lo affermo da non credente che vuole mantenere comunque una visione laica e curiosa su quanto dice una parte importante della nostra società qual è quella rappresentata dalla Chiesa Cattolica.

I contenuti dell’enciclica sono di analisi critica di come viene considerata l’intelligenza artificiale, di chi ne è il proprietario oggi e quali sono i fini in una società capitalista come l’attuale. A questo si contrappone la scelta di cosa, invece, potrebbe essere l’uso delle nuove tecnologie e a chi dovrebbe portare beneficio. I nuovi strumenti tecnologici materiali e immateriali non possono essere considerati neutrali ma dipendenti da come vengono utilizzati, da chi e con quali finalità è una visione che ha punti di contatto con quello che Karl Marx analizzò e interpretò nel “Frammento sulle macchine”, un breve scritto contenuto nei “Grundrisse” del 1857. Così come si può rimarcare come molte affermazioni e principi siano sovrapponibili alla elaborazione che sta facendo l’attuale Partito Comunista Italiano riguardo l’uso della tecnologia e all’avvento dell’intelligenza artificiale.

In effetti i pericoli di sostituzione del lavoro umano e di trasformazione di lavoratrici e lavoratori in strumenti delle “macchine pensanti” e degli algoritmi sono reali e sono da combattere mettendo al centro il benessere di chi lavora rispetto ai profitti giganteschi di una sparuta élite di miliardari che ne detengono la proprietà. Queste riflessioni certamente devono essere approfondite e dovranno tenere conto degli obiettivi finali che, tra Chiesa e Marxismo, sono sostanzialmente divergenti soprattutto riguardo al superamento dei rapporti di produzione capitalistici ma ritengo che sia utile cogliere l’opportunità di confronto e di dialettica tra visioni di sistema diverse che potrebbe portare a un progetto di società diversa dall’attuale. E questo anche nell’elaborazione di quella che viene definita in Magnifica Humanitas “IA disarmata” e nella necessità di utilizzare le nuove tecnologie non per lo sfruttamento, la sostituzione delle persone con “macchine pensanti” o per l’evoluzione di armi di distruzione che devono sembrare “asettiche” in quanto indipendenti dal fattore umano ma per conquistare un futuro che permetta all’essere umano di avere anche più tempo libero per la propria piena realizzazione.

Attenzione viene posta anche sulla necessità di redistribuire la ricchezza contrastando la crescita della stessa nelle mani di una esigua minoranza. Una ricchezza che non è solo quella economica ma anche quella ottenuta dal possesso delle informazioni e della loro gestione e controllo.

Temi molto condivisibili che necessitano approfondimento e che (assieme ad altri interessanti prese di posizione che si discostano da una visione privatistica dell’uso della tecnologia e dell’IA come i 10 principi per la gestione, il controllo e il governo globale dell’intelligenza artificiale approvati dai BRICS), possono essere le basi sulle quali creare un fronte democratico che abbia la forza e l’autorevolezza di metterli in pratica.

Alcuni estratti dall’enciclica Magnifica Humanitas (tra parentesi il numero del paragrafo)

(105) Qui occorre riconoscere un dato decisivo, che ho già richiamato in precedenza: in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze.

(108) In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. (108)

(110) Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva (…) Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita.

(132) L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente

(137) Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità

(149) In quest’ottica, gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro

(150) In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché «mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora.

(152) È certo auspicabile che la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente gravosi, ripetitivi o pericolosi e che offra un sostegno intelligente all’attività umana, ma la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona

(156) In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l’innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione.

(161) La ricchezza mondiale è cresciuta in termini assoluti, ma si è accentuata la concentrazione in poche mani e si sono allargati gli squilibri, sia tra i Paesi sia all’interno di uno stesso Paese: «Pochi hanno troppo e troppi hanno poco, questa è la logica di oggi

(162) Sono certamente necessarie leggi giuste e strumenti di redistribuzione che correggano gli squilibri, anche attraverso sistemi fiscali che alleggeriscano il peso sui più deboli e chiedano di più a chi dispone di maggiori risorse

(163) A maggior ragione, nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato

(172) Alla radice di questi problemi si trova una mentalità tecnocratica e postumanista, che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare, eliminando tutto ciò che pone limiti alla massimizzazione del profitto: ciò che conta è l’efficienza, non il rispetto della libertà e della dignità umana.

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Giorgio Langella
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.