Festival dell’Impresa, export in crescita ma energia e competenze frenano l’Italia

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Produzione industriale al centro del Festival dell’Impresa

La tre giorni di Bergamo si chiude con un sistema manifatturiero capace di crescere sui mercati esteri, ma con vincoli sempre più pesanti sul fronte energetico, demografico e tecnologico.

Il Festival dell’Impresa ha riunito quasi 400 relatori, fra cui 200 imprenditori, in 98 incontri distribuiti in dieci sedi. Il messaggio conclusivo è che la resilienza mostrata dalle aziende italiane non può sostituire una strategia di lungo periodo. I risultati presentati durante la manifestazione indicano una manifattura competitiva, mentre il confronto sulle filiere produttive e sulle eccellenze certificate ricorda quanto la crescita dipenda anche dalla capacità di valorizzare i territori.

Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, ha riferito che tra il 2016 e il 2025 l’export manifatturiero italiano è cresciuto del 53% a prezzi correnti, raggiungendo 611,4 miliardi di euro. L’aumento supera quello registrato da Germania e Francia. Nei primi otto mesi del 2026 le esportazioni complessive sono avanzate del 5%, con un saldo manifatturiero positivo di 82,9 miliardi.

La crescita resta tuttavia diseguale: metalli, automotive ed elettronica avanzano, mentre meccanica, moda e mobili mostrano maggiore difficoltà. La ricerca sulle mille imprese best performer bergamasche evidenzia inoltre risultati migliori per le aziende medie, sostenute da solidità finanziaria e filiere locali.

Festival dell’Impresa, energia e persone tra i nodi decisivi

Il costo dell’energia rimane uno dei principali svantaggi competitivi. Emma Marcegaglia ha quantificato fino a cento euro di aggravio per ogni tonnellata di acciaio, richiamando il divario rispetto ai contratti energetici disponibili in altri Paesi europei. Il programma e i temi del Festival dell’Impresa hanno collegato questo nodo alla necessità di accelerare sulle rinnovabili, semplificare le autorizzazioni e offrire regole stabili.

Il confronto ha riguardato anche tecnologia e capitale umano. La dipendenza europea da poche infrastrutture digitali, la scarsità di competenze e il calo demografico impongono investimenti su giovani, ricerca applicata e occupazione femminile. Ferdinando Giugliano ha sintetizzato il punto: sperare che le imprese riescano ancora una volta ad adattarsi non costituisce una politica industriale. La richiesta emersa da Bergamo è trasformare la capacità di resistere in crescita duratura e in opportunità diffuse.