“A casa più che posso”, il progetto di Fondazione Gabaldo e Fondazione di Comunità Vicentina QuVi per sostenere gli anziani fragili a domicilio

Il progetto viene presentato nei giorni che seguono l'omicidio di Maria Zanasca a Saonara, che ha messo in luce in Veneto il problema degli anziani fragili e non autosufficienti curati a domicilio dai familiari

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A casa più che posso
Da sinistra: Matteo Tosetto, Sante Bressan, Gilberta Pezzin, Gianluca Cosaro e Gea Gabaldo

L’omicidio di Maria Zanasca, 96enne uccisa nella sua abitazione a Villatora di Saonara dal genero 70enne Enrico Marigo, riapre in Veneto la discussione sulla tematica degli anziani fragili e della mancanza di posti all’interno delle RSA e della carenza di OSS. Per far fronte a queste problematiche e per sostenere anziani e familiari, nasce il progetto “A casa più che posso”, una vera e propria rete sociale per la cura della fragilità a domicilio e per supportare la permanenza della persona malata o sola all’interno della propria abitazione.

Promosso da Fondazione Gabaldo e sviluppato con il supporto gestionale di Fondazione di Comunità Vicentina per la Qualità della Vita (QuVi), verrà sperimentato attraverso i Servizi Sociali territoriali dei comuni di Vicenza (a San Pio X) e Monticello Conte Otto – presenti alla presentazione con i rispettivi sindaci, Giacomo Possamai e Gilberta Pezzin -, che individueranno le situazioni di fragilità per valutare le diverse casistiche, oltre a garantire un supporto logistico.

A casa più che posso

La mancanza di posti nelle case di riposo e di personale per la cura degli anziani

Ad aprire la conferenza di presentazione del progetto l’assessore alle politiche sociali Matteo Tosetto che ha ricordato come in questo momento ci siano difficoltà a reperire posti letto nelle strutture per anziani, oltre che a trovare personale tra OSS e infermieri, pertanto è necessario intervenire territorialmente con aiuti e proposte di sostegno differenti.

Gli ha fatto eco l’avvocato Gianluca Cosaro, vicepresidente della Fondazione Gabaldo – fondazione rappresentata da Gea Gabaldo, impegnata in numerosi progetti che mirano a promuovere il benessere sociale, culturale e ambientale -, che ha evidenziato come la nuova rete sociale possa essere d’aiuto per le famiglie e le persone fragili.Proprio l’altro giorno, c’è stato un convegno in cui l’assessore regionale ha posto l’accento sulla residenzialità e sulla necessità di individuare questa tra i pilastri delle azioni regionali in tema sanitario; ecco, noi in qualche maniera anticipiamo e andiamo a porre un intervento  concreto, diretto, immediato” ha detto Cosaro.

A casa più che posso: il piano economico

Il progetto si svilupperà gradualmente, raggiungendo il regime nel terzo anno di attività: si parla di un piano economico di 240mila euro all’anno per tre anni, per un totale di 720mila euro nel primo triennio. A corrispondere il denaro necessario sarà Fondazione Gabaldo attraverso un fondo omonimo al progetto, che verrà amministrato da Fondazione QuVi. Il fondo sarà governato da un regolamento già sottoscritto dalle fondazioni: “Noi opereremo per coordinare le attività e per tenere i collegamenti istituzionali, visto che rappresentiamo 62 comuni più altre istituzioni” ha commentato Sante Bressan, presidente della Fondazione di Comunità Vicentina per la Qualità della Vita (QuVi).

Bressan ha inoltre ricordato come l’episodio di Saonara abbia impressionato l’opinione pubblica e riaperto una problematica urgente in tema di sanità; un piccolo passo per affrontare la tematica è fare rete e portare avanti i progetti concretamente. “Andremo a sostenere la persona e a sostenere la famiglia. E questo servirà sempre di più, perché gli anziani aumentano, e aumentando l’età, aumenta anche la possibilità della demenza, dell’Alzheimer, della non autosufficienza, della cronicità”.

A casa più che posso
Da sinistra: Matteo Tosetto, Pier Paolo Benetollo, Laura Ceriotti, Gianluca Cosaro e Gea Gabaldo

Il progetto “A casa più che posso” nel sostegno a domicilio

Laura Ceriotti, terapista occupazionale, che coordina il progetto, ha raccontato la genesi del titolo della rete sociale, “A casa più che posso” vuole essere un modo per dare valore alla volontà della persona malata, e non a mettere l’anziano al centro di scelte fatte da altri.

Pier Paolo Benetollo, geriatra e in passato Direttore Sanitario e Generale di ULSS, ha riportato gli obiettivi e il progetto in sintesi, che mira a raggiungere ogni anno tra 350 e 450 anziani non autonomi, attraverso oltre 5.500 ore di lavoro di professionisti e più di 5.700 accessi di volontari a domicilio, ciascuno della durata compresa tra una e tre ore.

“A casa più che posso” andrà a integrare interventi professionali a domicilio, volontariato e azioni di sostegno alle famiglie con il rafforzamento di servizi già presenti sul territorio, tra i quali spicca l’Alzheimer Caffè, ma anche i Centri di sollievo per la demenza.

Tra le attività previste ci sono: la valutazione e l’adattamento dell’abitazione e brevi cicli di terapia a domicilio, la presenza di volontari formati per supervisione e compagnia, ma anche i percorsi di sostegno e informazione per familiari, caregiver e assistenti familiari, anche attraverso incontri ed eventi formativi. Il progetto prevede inoltre il potenziamento del trasporto accompagnato.

Fondazioni e Comuni hanno sottoscritto un protocollo d’intesa che disciplina le modalità di collaborazione e raccordo istituzionale, al fine di attuare in modo coordinato le attività previste. Le due fondazioni si occuperanno dell’organizzazione operativa, della formazione e del coordinamento dei volontari, oltre che di fare da raccordo tra volontari, professionisti e famiglie.

Il progetto dimostra come, unendo le energie, le competenze e le idee, si possano costruire strumenti che riescano ad andare incontro alle necessità delle famiglie e delle persone fragili.