
Il futuro delle Medicine di Gruppo al centro di due interventi in Consiglio regionale. Pasqualon (UdC) richiama il caso dei circa 310 lavoratori del Padovano. Szumski (Resistere Veneto) teme che il passaggio alle Aft e alle Case della Comunità possa indebolire la medicina di prossimità.
Il futuro delle Medicine di Gruppo e della sanità territoriale in Veneto entra nel dibattito politico regionale. A intervenire sono i consiglieri Eric Pasqualon dell’Unione di Centro e Riccardo Szumski di Resistere Veneto, che, pur con accenti differenti, chiedono garanzie sulla continuità dei servizi e sul destino del personale nella fase di passaggio verso il nuovo modello organizzativo.
Al centro delle preoccupazioni ci sono il progressivo superamento dell’attuale sistema, l’introduzione delle Aggregazioni funzionali territoriali (Aft) e il ruolo delle Case della Comunità. Una trasformazione che, secondo i due consiglieri, dovrà essere gestita evitando di disperdere le competenze maturate nelle strutture esistenti e di compromettere il rapporto di prossimità tra cittadini e medicina generale.
Pasqualon: “Non disperdere 310 professionalità”
Pasqualon concentra l’attenzione soprattutto sulla situazione del personale che opera nelle strutture del Padovano, dove, secondo quanto riportato dal consigliere, sarebbero coinvolti circa 310 lavoratori tra personale amministrativo, di segreteria e infermieristico.
“Le medicine di gruppo rappresentano da anni uno dei punti di forza della sanità territoriale veneta. Per questo, di fronte alla fase di transizione verso il nuovo modello organizzativo, è fondamentale mantenere alta l’attenzione sulla continuità dei servizi e sul futuro delle professionalità che hanno contribuito a costruire e rendere efficace questo sistema”, afferma il consigliere dell’UdC.
Per Pasqualon, queste figure costituiscono “un patrimonio di esperienza e competenze che non può essere disperso”. Il loro ruolo, sottolinea, va dall’accoglienza dei pazienti alla gestione delle attività, fino all’assistenza infermieristica e al supporto dei medici di medicina generale.
Il punto centrale è quindi accompagnare la riorganizzazione senza perdere quanto costruito negli anni.
“Cambiare modello non significa perdere ciò che di positivo è stato costruito in questi anni. Il punto, oggi, è dare certezze: ai cittadini sulla continuità dell’assistenza, ai medici sulla possibilità di continuare a lavorare in una rete organizzata e al personale amministrativo e infermieristico sul proprio futuro professionale”, prosegue Pasqualon.
Szumski: “Il rischio è che sia pezo el tacon del buso”
Più critica la posizione di Riccardo Szumski, che mette in discussione gli effetti che il nuovo assetto potrebbe produrre sulla medicina di prossimità.
“La riorganizzazione della medicina territoriale in Veneto rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione nella quale, nel tentativo di risolvere un problema, si finisce per crearne uno ancora più grande. Per dirla con un’espressione che appartiene alla nostra terra: sia pezo el tacon del buso“, afferma il consigliere di Resistere Veneto.
Szumski precisa di essere favorevole agli interventi che avvicinano le cure ai cittadini, ma pone un interrogativo sul superamento delle attuali Medicine di Gruppo e Medicine di Gruppo Integrate e sul trasferimento di funzioni e personale nelle Case della Comunità.
“Il rischio è che dietro la parola integrazione si nasconda in realtà un processo di centralizzazione della medicina di prossimità”, sostiene.
Il nodo del personale delle Medicine di Gruppo
Su un punto le due prese di posizione convergono: la necessità di conoscere quale sarà il futuro di chi oggi lavora all’interno delle Medicine di Gruppo.
Szumski parla di infermieri, assistenti di studio e personale amministrativo, spesso dipendenti di cooperative, che negli anni hanno maturato competenze specifiche.
“Prima di superare un modello bisogna avere già pronto quello nuovo e, soprattutto, bisogna sapere che fine faranno le persone che oggi garantiscono quei servizi”, afferma.
Pasqualon invita invece a governare la transizione senza contrapposizioni, mantenendo come obiettivi comuni il rafforzamento della sanità di prossimità e la tutela delle professionalità.
“Non possiamo permettere che una riorganizzazione necessaria si traduca nella dispersione di competenze maturate sul campo”, sottolinea.
La carenza dei medici di famiglia
Szumski introduce anche il problema della disponibilità dei medici di medicina generale. A suo giudizio, la riorganizzazione deve fare i conti con una situazione già caratterizzata da carenze e pensionamenti.
“In questo contesto la priorità dovrebbe essere aumentare la presenza dei medici sul territorio, non moltiplicare gli obblighi organizzativi e spostare il loro tempo dal rapporto con i propri assistiti verso nuove strutture, nuove organizzazioni e nuovi turni”, osserva.
Il consigliere considera inoltre il passaggio dalle Medicine di Gruppo alle Aft e alle Case della Comunità come un cambiamento significativo rispetto al modello di sanità territoriale seguito dalla Regione negli ultimi quindici anni.
“Le case della comunità possono essere utili se aggiungono servizi a quelli esistenti. Diventano invece un problema se per costruirle si finisce per smontare ciò che già funziona”, sostiene Szumski.
La richiesta: certezze prima della transizione dalle Medicine di Gruppo
Entrambi i consiglieri chiedono quindi che il passaggio al nuovo sistema sia accompagnato da indicazioni chiare.
Pasqualon assicura che continuerà a seguire la questione nelle sedi istituzionali affinché siano considerate tanto le esigenze organizzative della sanità regionale quanto il valore delle persone che lavorano nelle strutture.
“La sanità territoriale si costruisce anche valorizzando chi ogni giorno lavora sul territorio. Il cambiamento deve portare a un sistema più forte, non alla perdita di un patrimonio professionale”, conclude.
Szumski chiede invece di conoscere nel dettaglio il destino delle Medicine di Gruppo, dei medici e del personale infermieristico e amministrativo, oltre ai servizi che saranno effettivamente assicurati dalle Case della Comunità e alle risorse necessarie per sostenerli.
“La sanità di prossimità non si misura dal numero di case della comunità che inauguriamo, ma dalla distanza che un cittadino deve percorrere per trovare una risposta, dalla possibilità di parlare con il proprio medico e dalla capacità del sistema di conoscere e prendersi cura delle persone”, conclude il consigliere.



































